Il sigaro sempre acceso, il sorriso sornione, la battuta irriverente e quella convinzione difesa per tutta la vita: il desiderio non deve chiedere permesso. Tinto Brass, scomparso a 93 anni secondo la notizia riportata, ha attraversato oltre mezzo secolo di cinema italiano facendo dell'erotismo una forma di espressione artistica, una provocazione e, soprattutto, una dichiarazione di libertà. Regista, sceneggiatore e montatore, ha costruito un universo cinematografico immediatamente riconoscibile, conquistando il pubblico e dividendo la critica. I suoi film hanno sfidato la censura, acceso polemiche e contribuito a cambiare il modo di rappresentare la sessualità sul grande schermo.
Ma dietro il personaggio pubblico, spesso identificato con il piacere e la trasgressione, c'era un autore dalla formazione raffinata, cresciuto tra sperimentazione, avanguardia e contestazione. Un cineasta che aveva imparato a guardare oltre le convenzioni e che non aveva mai accettato di subordinare la propria immaginazione alle regole dell'industria. La sua storia racconta anche quella di un'Italia attraversata da profondi cambiamenti culturali, dagli anni della censura alle battaglie per la libertà dei costumi.
Dall'avanguardia francese alla rivoluzione del cinema italiano
Nato a Milano il 26 marzo 1933 con il nome di Giovanni Brass, era cresciuto mantenendo un legame profondo con Venezia, città che avrebbe continuato a considerare un riferimento sentimentale e artistico. Dopo gli studi in Giurisprudenza a Padova, si era trasferito a Parigi, entrando in contatto con l'ambiente della Cinémathèque française e con il fermento culturale della Nouvelle Vague.
Quell'esperienza gli aveva permesso di conoscere da vicino un cinema che rompeva gli schemi tradizionali attraverso il montaggio, la libertà narrativa e la sperimentazione visiva. Tornato in Italia, aveva collaborato anche con Roberto Rossellini, prima di intraprendere una carriera autonoma.
Il debutto alla regia arriva nel 1963 con Chi lavora è perduto, un'opera segnata dall'anticonformismo politico e generazionale. Seguono Col cuore in gola e L'urlo, film nei quali emergono il gusto per la provocazione, la ricerca formale e il rifiuto delle convenzioni.
Il giovane regista non è ancora il celebre autore di cinema erotico. È soprattutto un intellettuale irrequieto, interessato a utilizzare la macchina da presa per mettere in discussione l'autorità, la morale e le regole del racconto cinematografico.
La chiave, Miranda e Paprika: il successo che divide l'Italia
La svolta arriva negli anni Ottanta, quando l'erotismo diventa il centro della sua produzione. Con La chiave, interpretato nel 1983 da Stefania Sandrelli, conquista un successo popolare accompagnato da forti polemiche. Il film porta sullo schermo fantasie, desideri e rapporti di coppia con una libertà espressiva che suscita scandalo, ma attira anche un pubblico vastissimo.
Il cinema italiano scopre così un autore capace di trasformare la provocazione in un linguaggio commerciale senza rinunciare a una precisa identità visiva.
Arrivano Miranda, con Serena Grandi, Paprika, interpretato da Debora Caprioglio, e Così fan tutte, con Claudia Koll. Pellicole che contribuiscono alla popolarità delle protagoniste e consolidano l'immagine di un regista interessato soprattutto all'universo del desiderio femminile, osservato attraverso una prospettiva personale e spesso discussa.
Le sue storie raccontano tradimenti, curiosità, fantasie e trasgressioni. Gli ambienti sono ricercati, la fotografia valorizza colori e atmosfere, mentre la macchina da presa insiste sui corpi e sui dettagli. Una cifra stilistica che diventa il suo marchio di fabbrica.
La critica si divide. C'è chi interpreta quelle opere come una celebrazione della libertà sessuale e chi vi riconosce una rappresentazione della donna profondamente legata allo sguardo maschile. Brass non cerca mediazioni e continua a rivendicare il diritto di raccontare il piacere senza sottostare alle convenzioni morali.
Il regista che sfidava la censura e detestava il moralismo
La provocazione non era soltanto una scelta cinematografica. Faceva parte del carattere e della visione del mondo di un uomo che amava definirsi libertario, insofferente alle imposizioni e alle ipocrisie della società.
Il sigaro tra le labbra era diventato un simbolo riconoscibile quanto le sue battute, spesso costruite sul doppio senso e su un umorismo volutamente irriverente. Nelle interviste appariva divertito dalle polemiche che accompagnavano i suoi film, quasi fossero la conferma di avere colpito nel segno.
Eppure, ridurre la sua carriera alla sola dimensione erotica significherebbe trascurare una parte fondamentale del suo percorso artistico. Film come Salon Kitty e Caligola testimoniano il tentativo di confrontarsi anche con il potere, la storia e la violenza, attraverso opere controverse e segnate da difficili rapporti con la produzione.
Proprio Caligola rappresenta uno degli episodi più tormentati della sua carriera. Il regista entra in conflitto con i produttori per le modifiche apportate al film, prendendo successivamente le distanze dalla versione distribuita.
Un rapporto difficile con l'industria cinematografica che rivela quanto fosse importante, per lui, mantenere il controllo creativo sulle proprie opere.
Carla, Caterina e gli anni segnati dalla malattia
Accanto alla carriera artistica, la vita privata è stata attraversata da legami profondi. Il primo con Carla Cipriani, soprannominata Tinta, moglie e collaboratrice per quasi cinquant'anni, scomparsa nel 2006. Una presenza fondamentale nella sua vita personale e professionale.
Successivamente arriva l'incontro con Caterina Varzi, avvocata e psicoanalista, sposata nel 2017. È lei ad accompagnarlo negli anni più difficili, quando le condizioni di salute cominciano a limitare progressivamente la sua autonomia.
Nel 2010 il regista viene colpito da una grave emorragia cerebrale. Le conseguenze sono pesanti e la riabilitazione richiede un lavoro lungo e complesso. La moglie contribuisce a ricostruirne la memoria utilizzando fotografie, racconti, musiche e documenti dell'archivio personale.
Un percorso nel quale il cinema diventa anche uno strumento per recuperare ricordi e identità. Le immagini dei film, le persone incontrate e i luoghi della sua vita aiutano il regista a ritrovare il rapporto con il proprio passato.
Nel maggio 2026 affronta una grave infezione che ne indebolisce ulteriormente il fisico. Alla fine dell'estate nuovi problemi di salute gli impediscono di partecipare alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove era atteso per un omaggio alla carriera.
L'ultimo riconoscimento a Venezia e il ritorno alle origini
Proprio la Mostra del cinema di Venezia gli riserva uno degli omaggi più significativi degli ultimi anni. Nel settembre 2026 viene presentata una versione restaurata di Col cuore in gola, il film del 1967 che aveva mostrato il volto più sperimentale della sua produzione.
Il recupero dell'opera assume un valore particolare: riportare l'attenzione su un autore spesso ricordato esclusivamente per i film erotici, ma capace di contribuire anche alle trasformazioni del linguaggio cinematografico.
Al regista viene attribuito il Premio Pietro Bianchi, riconoscimento conferito dai giornalisti cinematografici italiani. A ritirarlo è Caterina Varzi, presente alla cerimonia in sua rappresentanza.
La moglie racconta l'emozione con la quale aveva accolto la notizia. Dopo una carriera trascorsa spesso in contrasto con il giudizio della critica e delle istituzioni culturali, quell'omaggio rappresentava anche una forma di riconoscimento per il lavoro svolto lontano dalle formule più convenzionali.
Il ritorno veneziano di Col cuore in gola restituisce così centralità al primo Brass, quello dell'avanguardia e della sperimentazione, ricordando che la sua identità artistica non poteva essere racchiusa in un solo genere.
Un'eredità tra libertà, scandali e cinema d'autore
Il cinema di Tinto Brass continuerà inevitabilmente a dividere. Alcune rappresentazioni del desiderio e della figura femminile appartengono a un immaginario che oggi viene osservato attraverso sensibilità differenti. La discussione sul valore delle sue opere resta aperta, così come quella sul confine tra liberazione dei costumi e spettacolarizzazione del corpo.
Ma la sua vicenda artistica va collocata anche nel contesto storico nel quale si è sviluppata. Dagli anni Sessanta alla stagione del cinema erotico, il regista ha accompagnato un Paese impegnato a ridefinire il rapporto con la sessualità, la censura, la famiglia e la morale pubblica.
Ha attraversato generazioni di spettatori, cambiamenti sociali e trasformazioni dell'industria cinematografica, conservando un'identità riconoscibile anche quando i suoi film hanno smesso di occupare il centro del dibattito culturale.
Resta il ricordo di un uomo che ha fatto della trasgressione una scelta artistica e della libertà personale una convinzione irrinunciabile. Un regista capace di suscitare entusiasmo, disagio, curiosità e indignazione, senza mostrare particolare interesse per il consenso unanime.
Con il sigaro, il sorriso malizioso e quella vocazione a sfidare ogni forma di moralismo, Tinto Brass lascia un cinema che appartiene a una stagione irripetibile della cultura italiana. Una stagione nella quale bastava un'immagine sul grande schermo per provocare un dibattito nazionale. E nella quale il piacere poteva ancora essere raccontato come una forma di ribellione.