Il mondo della scuola si prepara a una nuova stagione di mobilitazioni contro i tagli al personale previsti dalla legge di bilancio 2027. Quattro organizzazioni sindacali hanno annunciato una manifestazione nazionale per mercoledì 11 novembre a Roma, mentre la Flc Cgil ha confermato lo sciopero del 20 novembre. Al centro della protesta ci sono le disposizioni della manovra economica che prevedono una riduzione di quasi settemila posti tra insegnanti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario.

La mobilitazione arriva mentre il Parlamento ha avviato l'esame della legge di bilancio e il governo è chiamato a confrontarsi con le richieste dei rappresentanti dei lavoratori. Sullo sfondo si apre anche un altro fronte, quello del decreto scuola che introduce un tetto alla presenza di studenti stranieri nelle classi. La Commissione europea ha chiarito di non aver avviato alcuna procedura contro l'Italia, pur richiamando i principi comunitari che vietano le discriminazioni fondate sulla nazionalità.

La protesta dell'11 novembre a Roma

A promuovere la prima iniziativa sono Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Snals Confsal e Anief, che chiedono la cancellazione delle norme contenute nella manovra relative alla riduzione degli organici.

Il sit-in si svolgerà mercoledì 11 novembre in piazza Vidoni, nei pressi del Ministero per la Pubblica amministrazione, dalle 14 alle 17. Nella stessa giornata, alle 11, è prevista una conferenza stampa all'Hotel Nazionale di piazza Monte Citorio, durante la quale le organizzazioni illustreranno le proprie richieste e le ragioni della mobilitazione.

L'iniziativa rappresenta l'inizio di un confronto più ampio con il governo, i partiti e i gruppi parlamentari, con l'obiettivo di ottenere modifiche sostanziali al testo della legge di bilancio prima della sua approvazione definitiva.

Le quattro sigle sindacali ritengono che la riduzione del personale rischi di compromettere il funzionamento degli istituti, aumentando i carichi di lavoro e aggravando le difficoltà organizzative soprattutto nelle scuole che operano nei territori economicamente e socialmente più fragili.

Quasi settemila posti in meno dal 2027

I numeri della manovra spiegano le ragioni della protesta. A partire dall'anno scolastico 2027-2028 è prevista una riduzione complessiva di 6.974 posti, suddivisi tra 4.925 insegnanti e 2.049 lavoratori del personale Ata.

Il provvedimento si aggiunge alle riduzioni già stabilite negli anni precedenti. Secondo i calcoli delle organizzazioni sindacali, considerando anche i tagli disposti con la legge di bilancio del 2025, la diminuzione complessiva nell'arco di tre anni raggiungerebbe 14.808 posti, dei quali 10.585 relativi ai docenti e 4.223 al personale amministrativo, tecnico e ausiliario.

I rappresentanti dei lavoratori contestano soprattutto l'idea di collegare automaticamente la diminuzione degli studenti, dovuta al calo delle nascite, a una riduzione proporzionale degli organici.

La contrazione demografica, sostengono, non comporta necessariamente una diminuzione delle esigenze organizzative delle scuole. Gli edifici devono continuare a essere aperti e gestiti, mentre le segreterie, i laboratori e i servizi amministrativi richiedono personale anche quando il numero degli alunni si riduce.

Per quanto riguarda gli insegnanti, le organizzazioni ritengono che il calo della popolazione scolastica dovrebbe essere utilizzato per migliorare la qualità dell'istruzione, favorendo classi meno numerose, un ampliamento del tempo scuola e percorsi didattici più attenti alle esigenze individuali degli studenti.

Sindacati contro la manovra, il confronto con il governo

A guidare la mobilitazione sono Ivana Barbacci per la Cisl Scuola, Giuseppe D'Aprile per la Uil Scuola Rua, Elvira Serafini per lo Snals Confsal e Marcello Pacifico per Anief.

Le organizzazioni contestano una politica di contenimento della spesa che, a loro giudizio, contraddice gli obiettivi dichiarati di valorizzazione del personale scolastico e di miglioramento dell'offerta formativa.

Il timore riguarda anche un possibile aumento della precarietà e delle difficoltà nella copertura delle esigenze quotidiane degli istituti, soprattutto nelle aree dove il disagio sociale rende più complesso il lavoro educativo.

I sindacati richiamano inoltre gli investimenti realizzati attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza, sottolineando la necessità di consolidare i risultati ottenuti anziché ridurre progressivamente le risorse umane disponibili.

Dal Ministero dell'Istruzione e del Merito sono emersi segnali di disponibilità a riconsiderare i tagli. Il ministro Giuseppe Valditara ha manifestato l'intenzione di favorire una revisione delle disposizioni sugli organici, ma le organizzazioni sindacali hanno confermato le iniziative in programma in attesa di modifiche concrete alla manovra.

Assemblee il 16 novembre, sciopero Cgil il 20

Il calendario della protesta non si esaurisce con il presidio davanti alle istituzioni.

Lunedì 16 novembre le quattro organizzazioni promotrici convocheranno assemblee sindacali in orario di servizio nelle scuole di tutta Italia. Gli incontri coinvolgeranno il personale degli istituti e prevederanno interventi in diretta streaming dei dirigenti nazionali.

La Flc Cgil ha invece scelto un percorso distinto, aderendo allo sciopero generale proclamato dalla Cgil per venerdì 20 novembre.

La mobilitazione interesserà il personale della scuola, dell'università, della ricerca, dell'alta formazione artistica e musicale e della formazione professionale.

Tra le rivendicazioni figurano il rafforzamento delle risorse destinate all'istruzione, la tutela dei posti di lavoro, la stabilizzazione del personale precario e il recupero del potere d'acquisto degli stipendi attraverso i rinnovi contrattuali.

Le diverse iniziative sindacali convergono dunque nella richiesta di una revisione delle politiche di finanziamento del sistema scolastico, pur mantenendo modalità e calendari differenti.

Tetto agli studenti stranieri, il chiarimento dell'Unione europea

Parallelamente allo scontro sulla legge di bilancio, il governo italiano deve affrontare il dibattito sulle disposizioni del decreto scuola relative alla presenza di studenti stranieri nelle classi.

La questione è arrivata anche davanti alla Commissione europea attraverso un'interrogazione presentata dalla delegazione del Partito democratico al Parlamento europeo.

La vicepresidente della Commissione, Roxana Mînzatu, responsabile dei Diritti sociali, ha spiegato che l'esecutivo comunitario segue l'evoluzione del provvedimento italiano, richiamando il principio generale secondo cui il diritto dell'Unione europea vieta le discriminazioni fondate sulla nazionalità.

Il riferimento è all'articolo 18 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, che tutela i cittadini comunitari dalle discriminazioni dirette e indirette nelle materie comprese nell'ambito di applicazione del diritto europeo.

La vicepresidente ha ricordato anche che eventuali deroghe devono essere previste dai trattati e interpretate in maniera restrittiva.

Successivamente, fonti della Commissione europea hanno precisato che non è stata avviata alcuna azione formale nei confronti dell'Italia. La risposta della vicepresidente costituiva un chiarimento giuridico fornito nell'ambito del confronto parlamentare e non l'annuncio di una procedura d'infrazione.

La posizione di Valditara sull'integrazione

Il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha respinto l'ipotesi che le disposizioni del decreto possano configurare una discriminazione nei confronti degli studenti stranieri.

Secondo il ministro, l'obiettivo delle nuove regole è favorire l'integrazione scolastica degli alunni che non possiedono un'adeguata conoscenza della lingua italiana, evitando concentrazioni eccessive che potrebbero rendere più difficile l'apprendimento e la partecipazione alle attività didattiche.

Valditara ha richiamato anche le esperienze di altri Paesi europei, nei quali sono previsti percorsi specifici per gli studenti stranieri appena arrivati, sostenendo che la normativa italiana debba essere valutata alla luce delle sue finalità educative.

Il confronto rimane aperto tra chi considera la distribuzione degli alunni uno strumento per migliorare l'integrazione e chi teme che l'introduzione di soglie basate sulla condizione linguistica o sull'origine possa produrre effetti discriminatori.

La Commissione europea, pur mantenendo l'attenzione sull'evoluzione della normativa, non ha quindi contestato formalmente il provvedimento al governo italiano.

Una settimana decisiva per la scuola italiana

La mobilitazione annunciata dai sindacati si inserisce in una fase delicata per il sistema dell'istruzione. Da una parte ci sono le esigenze di contenimento della spesa pubblica e le trasformazioni demografiche che stanno riducendo il numero degli alunni. Dall'altra emergono le richieste di investire sul personale, rafforzare i servizi e rispondere alle crescenti esigenze educative.

Il passaggio parlamentare della legge di bilancio 2027 sarà decisivo per capire se le disposizioni sui tagli agli organici verranno confermate oppure modificate. Il termine per la presentazione degli emendamenti rappresenta un momento importante del confronto tra governo, maggioranza e opposizioni.

Le iniziative dell'11, del 16 e del 20 novembre porteranno intanto al centro del dibattito pubblico le condizioni di lavoro di insegnanti e personale Ata, insieme alle conseguenze che una riduzione degli organici potrebbe avere sull'organizzazione quotidiana degli istituti.

La partita riguarda non soltanto migliaia di posti di lavoro, ma anche il futuro della scuola pubblica e la sua capacità di garantire un'offerta formativa adeguata in tutte le aree del Paese.