L'argomento del giorno sono le liti, il nervosismo, le facce scure e le tensioni mostrate dai calciatori dopo l'ennesimo ko, stavolta a Oporto. Degni di nota? Certo. Ma non abbastanza da essere considerati la fotografia dello scatafascio in cui oggi si ritrova il Napoli. Semmai, ne sono una conseguenza.
Il Napoli non perde sette partite perché ha lo spogliatoio spaccato. Lo spogliatoio del Napoli si spacca perché il Napoli perde sette partite in due mesi. È semplice, persino normale. Quando le sconfitte diventano un'abitudine, la serenità smette di essere un diritto acquisito e la convivenza diventa un esercizio di sopportazione. Le crepe vengono a galla, le responsabilità si cercano, i nervi saltano. Ma scambiare gli effetti per le cause è il modo più rapido per non capire nulla.
Il punto, semmai, è un altro: perché il Napoli perde sette partite in due mesi?
Qui sarebbe opportuno dare poco retta alla pancia. La pancia suggerisce che cacciare Allegri sia la panacea di tutti i mali. Non lo è. Non perché si vogliano prendere le difese di un allenatore che non ne ha bisogno e forse neppure le merita, fate voi l'ordine, ma perché il cortocircuito che ha portato la squadra fin qui non sembra trovarsi nei fili che legano l'allenatore ai suoi calciatori. Il problema è più a monte. E riguarda soprattutto le scelte che hanno preceduto il primo allenamento estivo.
Allegri, naturalmente, una colpa macroscopica ce l'ha. Aver accettato senza troppi fronzoli una situazione nella quale era noto che ci fosse da mettere mano senza pretendere di metterci mano. Non perché, sulla carta, la rosa non fosse valida. Anzi. Ma tra la carta e la realtà c'è spesso la stessa distanza che separa una radiografia da una cartella clinica.
Quando a Prime Allegri dice: «Basta guardare il curriculum dei calciatori per darsi una spiegazione degli infortuni», compie un esercizio di triplo carpiato. Perché quel curriculum, per primo, anzi, forse per secondo, avrebbe dovuto guardarlo proprio lui. E soprattutto avrebbe dovuto farlo prima di ritrovarsi con l'infermeria piena, non quando ormai la stagione presenta il conto.
E allora, chi avrebbe dovuto guardarlo per primo? Chi ha lasciato in eredità all'allenatore una rosa sì valida, ma vecchia, logora e con una storia clinica che non autorizzava troppo ottimismo. Manna, che a Dimaro spiegava come il Napoli ritenesse che quel gruppo avesse ancora qualcosa da dare. E il presidente, che nell'anno del centenario ha scelto di crederci, o forse ci ha creduto per primo, trasferendo quella convinzione al resto della struttura tecnica.
La verità è che in estate il Napoli ha semplicemente scommesso. E lo ha fatto troppe volte, contemporaneamente.
Ha scommesso che calciatori già alle prese con una sequela di infortuni e ricadute potessero finalmente lasciarsi alle spalle i rispettivi problemi. Neres, Anguissa, Rrahmani, Lobotka, Spinazzola, Buongiorno, Politano, Olivera, Meret: una lista che, alla luce dei precedenti, avrebbe dovuto suggerire prudenza. A questi si è aggiunto Badiashile, un profilo che presentava a sua volta interrogativi sul piano dell'affidabilità fisica. Non si tratta di pretendere la sfera di cristallo, ma di riconoscere che il rischio esisteva già prima che diventasse emergenza.
Ha scommesso sulla possibilità di rivalutare calciatori che a Napoli, come altrove, non avevano convinto. Un'operazione riuscita soltanto in un caso, quello di Rafa Marin, peraltro non esattamente un prodotto della campagna acquisti del Conte bis.
Ha scommesso sui rinnovi di alcuni calciatori, molti dei quali abbondantemente sopra i trent'anni, lasciando appesi i rinnovi di altri Una politica che ricorda, per certi versi, quella stagione in cui il Napoli decise di rinnovare Osimhen a cifre enormi senza riuscire a blindare il resto del progetto tecnico. Eppure quella squadra, con Kvara, uno dei candidati al Pallone d'Oro, uno dei centravanti più forti al mondo, Lobotka, Zielinski e altri interpreti di primo livello, finì decima. Anche allora si era confusa la qualità dei singoli con la tenuta di un progetto.
Infine, ha scommesso sulle motivazioni. Sull'integrità degli stimoli di calciatori che a Napoli sono arrivati sei, sette e in alcuni casi quasi dieci anni fa. Hanno vinto, hanno perso, hanno attraversato stagioni esaltanti e altre da dimenticare. Hanno vissuto a Napoli più di quanto normalmente si intenda per un ciclo. Pensare che bastasse rimettere insieme gli stessi ingredienti per ottenere un risultato diverso significava affidarsi alla memoria, più che alla programmazione.
Troppe scommesse, tutte insieme. Rischi che non si sommano soltanto: si moltiplicano. E Allegri, probabilmente, è stato scelto anche per questo, come stabilizzatore di rischio di un sistema che sulla carta aveva bisogno di esperienza, gestione e capacità di tenere insieme i pezzi. Ma, almeno finora, la scommessa è stata persa.
È fallita una politica conservativa che appare persino antitetica rispetto al mantra presidenziale di qualche anno fa. Quello del Napoli capace di scovare talenti a poco prezzo, valorizzarli e rivenderli a cifre importanti. Una società che aveva fatto della capacità di anticipare il mercato il proprio marchio di fabbrica e che oggi, invece, sembra aver preferito affidarsi a ciò che conosceva già. Perché?
Se il bilancio non consentiva un mercato di grande spessore, perché non replicare per tre, quattro o cinque volte l'operazione Favasuli? Cercare giovani di prospettiva, ritenuti di sicuro avvenire, investire su di loro e ripartire. Magari spiegando con chiarezza il progetto fin dall'estate. Cinque, sei, sette ragazzi nuovi, il futuro del Napoli. Forse uno scudetto subito, forse la qualificazione in Champions, forse un settimo posto. Ma una direzione riconoscibile, una prospettiva, un patto con la piazza.
«Questi sono i ragazzi sui quali vogliamo costruire il futuro. Abbiate pazienza, lasciateli crescere, non fischiateli se sbagliano». Napoli avrebbe capito. E probabilmente avrebbe anche aspettato. Perché questa città sa essere esigente, persino feroce, ma non è incapace di riconoscere un progetto quando qualcuno ha il coraggio di presentarglielo.
Si è scelto invece di raccontare la «finale di Champions», di parlare di una rosa che aveva ancora «qualcosa» da dare. Quel qualcosa che nessuno ha mai saputo definire davvero e che, evidentemente, non era abbastanza per reggere una stagione. Laddove si sarebbe dovuto parlare di programmazione, si è preferito scommettere. Laddove serviva costruire, si è provato a conservare. Laddove occorreva guardare avanti, si è chiesto al passato di produrre un altro miracolo.
Le scommesse, però, non sempre riescono. E più se ne accumulano, meno è probabile che il banco finisca per sorridere. Anche perché tirare a campare non è una strategia: è soltanto un modo per rimandare il momento in cui bisogna decidere.
Le liti di Oporto, allora, sono soltanto l'ultima scena di un film cominciato molto prima. Non si ricostruisce uno spogliatoio chiedendo ai calciatori di volersi più bene, né si raddrizza una stagione cambiando soltanto chi siede in panchina. Prima bisogna capire perché si è arrivati fin qui. E soprattutto avere il coraggio di ammettere che il problema non è aver perso sette partite in due mesi. È aver costruito una squadra come se quelle sette sconfitte fossero un'eventualità remota, non un rischio ampiamente prevedibile.
Perché il Napoli non aveva bisogno di un'altra scommessa sul passato. Aveva bisogno di un progetto per il futuro. E il futuro, a differenza del passato, non si rinnova sulla fiducia.