La polizia torna nella casa della tragedia. A Pietracatella, piccolo comune della provincia di Campobasso, venerdì 6 novembre gli investigatori hanno avviato una nuova perquisizione nell'abitazione della famiglia Di Vita, dove vivevano Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni, morte alla fine di dicembre 2025 dopo essere state avvelenate con la ricina.

Gli agenti della Questura di Campobasso sono arrivati davanti all'immobile poco dopo le 9. Le operazioni sono coordinate dal dirigente della Squadra Mobile, Marco Graziano, e vedono impegnata una decina di poliziotti. Intorno alle 9.30 è arrivato anche Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime.

La novità riguarda il possibile dissequestro dell'abitazione. Secondo quanto trapelato, al termine degli accertamenti la casa potrebbe essere restituita alla disponibilità della famiglia, dopo essere rimasta per mesi al centro delle indagini.

Non è ancora stato chiarito se la nuova perquisizione sia finalizzata a ulteriori acquisizioni di materiale o alla verifica conclusiva degli ambienti prima della restituzione dell'immobile. La decisione, comunque, non rappresenterebbe la chiusura dell'inchiesta, che continua a cercare risposte su una morte rimasta avvolta nel mistero.

Gli investigatori tornano nella casa della tragedia

Quella di venerdì non è la prima ispezione nell'abitazione di Pietracatella. Gli uomini della Squadra Mobile e gli specialisti della polizia scientifica sono entrati più volte nello stabile, già nei giorni immediatamente successivi alla morte delle due donne e successivamente durante l'estate.

Particolarmente importanti sono stati gli accertamenti effettuati alla fine di luglio, quando esperti italiani e specialisti del Robert Koch Institute di Berlino hanno esaminato gli ambienti domestici alla ricerca di eventuali tracce della sostanza tossica.

Dall'abitazione sono stati prelevati numerosi reperti, tra alimenti, oggetti e materiali ritenuti potenzialmente utili a ricostruire le circostanze dell'avvelenamento. Parte degli accertamenti è stata affidata ai laboratori tedeschi, chiamati a fornire un contributo scientifico su uno degli aspetti più difficili dell'inchiesta: individuare come la ricina sia entrata in contatto con le vittime.

La sostanza è una tossina naturale estremamente pericolosa, presente nei semi della pianta del ricino. Può provocare danni gravissimi all'organismo e non esiste un antidoto specifico. La sua individuazione richiede analisi specialistiche, soprattutto quando si tratta di ricostruire un'esposizione avvenuta diversi giorni prima.

Il mistero della morte di Antonella e Sara

La tragedia si è consumata tra il 27 e il 28 dicembre 2025. Antonella Di Ielsi e la figlia Sara hanno accusato gravi malori, inizialmente ricondotti a una possibile intossicazione alimentare. Le condizioni delle due si sono progressivamente aggravate fino alla morte.

Solo successivamente gli accertamenti tossicologici hanno permesso di individuare la ricina come causa dell'avvelenamento.

Le conclusioni medico-legali hanno confermato la presenza della sostanza tossica, ma non hanno consentito di stabilire attraverso quale alimento, oggetto o altra possibile modalità sia avvenuta l'esposizione.

Un elemento particolarmente importante riguarda gli altri due componenti della famiglia. Gianni Di Vita e la figlia maggiore Alice non sono risultati esposti alla ricina, secondo gli esami condotti dagli specialisti tedeschi.

Questa circostanza ha contribuito a concentrare l'attenzione degli investigatori sulle abitudini delle due vittime, sui loro ultimi spostamenti e su eventuali alimenti o sostanze con cui potrebbero essere entrate in contatto.

La Procura di Larino, guidata da Elvira Antonelli, procede per duplice omicidio volontario aggravato dall'utilizzo di veleno. L'inchiesta, per quanto reso noto, resta contro ignoti.

Ascoltati i professori delle due sorelle

Negli ultimi giorni l'attività investigativa si è concentrata anche sull'ambiente scolastico.

Diversi insegnanti del liceo classico Mario Pagano di Campobasso sono stati convocati in Questura e ascoltati dagli uomini della Squadra Mobile come persone informate sui fatti.

L'istituto era frequentato da Sara Di Vita e dalla sorella maggiore Alice, che si è diplomata lo scorso giugno e attualmente studia all'università a Torino.

Gli investigatori stanno cercando di acquisire ulteriori informazioni sulla vita quotidiana delle ragazze, sulle loro relazioni e su eventuali circostanze che possano contribuire alla ricostruzione dei fatti.

L'audizione dei docenti non implica il loro coinvolgimento nella vicenda. Si tratta di accertamenti testimoniali condotti nell'ambito di un'indagine che, dopo oltre dieci mesi, non ha ancora individuato il responsabile dell'avvelenamento.

Nel liceo, intanto, il ricordo di Sara resta particolarmente vivo. Nell'atrio della scuola è stato allestito un grande pannello con centinaia di messaggi lasciati dagli studenti dopo la tragedia.

Le ricerche sui computer e la pista informatica

Uno dei filoni investigativi più importanti riguarda le possibili ricerche effettuate su internet prima della morte delle due donne.

Nel mese di ottobre la Procura di Larino ha disposto accertamenti informatici in diversi istituti scolastici del Molise, con l'obiettivo di individuare eventuali accessi a informazioni riguardanti la ricina.

Le verifiche hanno interessato scuole di Riccia, Campobasso e Casacalenda, attraverso l'acquisizione dei dati presenti sui server e sui dispositivi informatici.

Gli specialisti cercano di stabilire se qualcuno abbia effettuato ricerche sulla sostanza tossica, sulla sua reperibilità o sulle sue caratteristiche, e se sia possibile risalire agli utilizzatori delle postazioni.

L'attenzione si è concentrata anche su alcune conversazioni comparse sulla piattaforma Reddit. Per approfondire le tracce digitali è stato richiesto il supporto dell'Fbi, la polizia federale americana.

Si tratta di una strada investigativa complessa. Individuare una ricerca online non significa necessariamente poterla collegare all'avvelenamento, così come la presenza di informazioni sulla ricina in un dispositivo non costituisce, da sola, una prova di responsabilità.

Per questo gli investigatori stanno cercando di incrociare i dati informatici con testimonianze, rapporti personali, spostamenti e risultati degli accertamenti scientifici.

Lo sfogo del padre: voglio soltanto la verità

Alla vigilia della nuova perquisizione, Gianni Di Vita, commercialista ed ex sindaco di Pietracatella, è tornato a parlare pubblicamente della tragedia.

Intervistato dalla trasmissione La Vita in Diretta di Rai 1 e dall'emittente molisana Teleregione, ha ribadito di non avere nulla da nascondere e di desiderare soprattutto che l'inchiesta arrivi a una conclusione.

«Non ho paura di nulla perché non ho nulla da nascondere. Voglio solo che questa storia finisca il prima possibile», ha dichiarato.

L'uomo ha spiegato di sperare che non si sia trattato di un omicidio, pur essendo consapevole dell'ipotesi investigativa seguita dalla magistratura.

«Non vorrei che fosse stato un delitto, per me sarebbe una seconda tragedia», ha aggiunto, ricordando il dolore per la perdita della moglie e della figlia.

Di Vita ha anche raccontato le difficoltà affrontate nei mesi successivi alla tragedia, tra continui trasferimenti e pressioni mediatiche. Lui e Alice hanno dovuto cambiare più volte abitazione, anche per permettere alla ragazza di preparare l'esame di maturità lontano dall'attenzione dei giornalisti.

Il padre delle vittime non risulta indagato nel procedimento per duplice omicidio e ha ribadito la propria disponibilità a collaborare con gli investigatori.

Dieci mesi di indagini senza una risposta definitiva

Il nuovo intervento della polizia nell'abitazione della famiglia rappresenta un ulteriore passaggio di un'inchiesta caratterizzata da numerose testimonianze, accertamenti scientifici e verifiche informatiche.

La questione centrale resta individuare l'origine della ricina e comprendere perché soltanto Antonella e Sara siano rimaste vittime dell'avvelenamento.

Gli investigatori stanno esaminando le diverse ipotesi, senza escludere alcuna ricostruzione compatibile con gli elementi raccolti. La possibilità di un'esposizione accidentale è stata considerata poco probabile dalla procuratrice Elvira Antonelli, ma gli accertamenti scientifici, da soli, non permettono ancora di stabilire con certezza le modalità dell'accaduto.

Il possibile dissequestro dell'abitazione potrebbe chiudere una fase delle verifiche materiali nella casa, senza modificare necessariamente il quadro investigativo.

Per la famiglia Di Vita e per la comunità di Pietracatella, profondamente colpita dalla morte di una madre e di una ragazza di appena quindici anni, l'attesa continua.

Dopo oltre dieci mesi, la certezza scientifica sull'avvelenamento non si è ancora trasformata in una ricostruzione completa dei fatti. Ed è proprio questa la risposta che gli investigatori continuano a cercare.