Una svolta politica che potrebbe chiudere la lunga stagione di Benjamin Netanyahu alla guida di Israele, ma che non garantisce ancora la nascita di un nuovo governo. Il presidente Isaac Herzog ha scelto Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell'esercito e leader del partito centrista Yashar, per tentare di costruire una maggioranza parlamentare dopo le elezioni del 27 ottobre. Il conferimento formale dell'incarico è previsto domenica 8 novembre alle 17, ora israeliana, nella residenza presidenziale di Gerusalemme.

La decisione arriva al termine di consultazioni che hanno visto 67 parlamentari indicare Eisenkot come candidato alla guida del prossimo esecutivo, contro i 46 che hanno sostenuto Netanyahu. Altri sette deputati hanno preferito non esprimere alcuna indicazione. Una differenza significativa, che tuttavia non si traduce automaticamente in una coalizione di governo. Il nuovo incaricato dovrà infatti mettere insieme forze politiche profondamente divise su questioni decisive per il futuro del Paese.

L'ex generale chiamato a costruire il dopo Netanyahu

Gadi Eisenkot rappresenta una delle figure più importanti emerse nella politica israeliana degli ultimi anni. Già comandante delle Forze di difesa israeliane, è entrato in politica nel 2022 e ha partecipato al gabinetto di guerra costituito dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

La sua esperienza militare e le critiche rivolte alla gestione della guerra a Gaza da parte di Netanyahu hanno contribuito a rafforzarne il profilo politico. La sua storia personale è stata segnata anche dalla morte di un figlio e di due nipoti durante i combattimenti nella Striscia.

Dopo la decisione di Herzog, l'ex generale ha indicato nella formazione di un governo di emergenza nazionale la priorità della nuova fase politica. L'obiettivo è costruire un esecutivo capace di superare la contrapposizione tra i blocchi, affrontare le questioni della sicurezza e restituire stabilità istituzionale al Paese.

Gli incontri con Bennett e Liberman e le tensioni nella coalizione

La prima sfida riguarda i rapporti con gli alleati. Eisenkot ha già avviato colloqui con Naftali Bennett, ex primo ministro e leader di B'Yachad, e con Avigdor Liberman, alla guida di Yisrael Beytenu. Entrambi appartengono allo schieramento che punta a sostituire Netanyahu, ma le differenze politiche rischiano di pesare sulla formazione del governo.

Il blocco che si oppone al premier uscente comprende anche i Democratici guidati da Yair Golan e può contare complessivamente su 48 seggi. Per raggiungere la maggioranza assoluta nella Knesset, il Parlamento israeliano composto da 120 membri, occorrono almeno 61 voti.

Il sostegno a Eisenkot espresso durante le consultazioni presidenziali non elimina le distanze tra i partiti. Liberman, in particolare, ha manifestato forti riserve sull'ipotesi di un governo che dipenda dai voti delle formazioni arabe. Anche la distribuzione degli incarichi parlamentari, a cominciare dalla presidenza della Knesset, è diventata terreno di confronto.

Il ruolo decisivo dei partiti arabi

Il nodo più delicato riguarda i 19 parlamentari eletti nelle due formazioni a maggioranza araba. Il loro sostegno a Eisenkot durante le consultazioni ha contribuito a portare a 67 il numero delle indicazioni ricevute dal presidente della Repubblica.

Un'eventuale maggioranza costruita con il loro appoggio esterno potrebbe consentire all'ex generale di governare senza includerli formalmente nell'esecutivo. Ma una simile soluzione incontra le resistenze di alcuni alleati, soprattutto di Liberman, contrario a una coalizione dipendente dai partiti arabi.

Un'altra strada passa attraverso un'intesa con le formazioni ultraortodosse, che dispongono di un peso parlamentare sufficiente a rendere possibile una diversa maggioranza. Anche questa ipotesi presenta ostacoli, soprattutto sulla questione del servizio militare obbligatorio per gli studenti religiosi, uno dei temi più controversi della politica israeliana.

Netanyahu resta in campo e punta sulle divisioni degli avversari

Nonostante la scelta del presidente, Benjamin Netanyahu non è ancora uscito di scena. Il leader del Likud continua a guidare il governo uscente fino alla formazione del nuovo esecutivo e conserva la possibilità di tornare protagonista qualora il tentativo di Eisenkot dovesse fallire.

Il premier ha proposto la formazione di un governo di unità nazionale, criticando duramente la prospettiva di un esecutivo sostenuto dalle formazioni arabe. Una posizione che evidenzia la strategia politica del Likud, deciso a sfruttare le contraddizioni interne allo schieramento avversario.

La possibilità di un accordo tra Eisenkot e Netanyahu appare però complessa. Le forze che hanno sostenuto l'ex generale hanno condotto la campagna elettorale proprio sulla necessità di interrompere la lunga esperienza di governo del leader conservatore. Un'intesa richiederebbe quindi concessioni difficili da giustificare davanti ai rispettivi elettorati.

Ventotto giorni per trovare una maggioranza

Una volta ricevuto ufficialmente il mandato, Eisenkot avrà 28 giorni per formare il governo. Il presidente Herzog potrà concedere una proroga di ulteriori 14 giorni, qualora le trattative richiedessero più tempo.

Il calendario istituzionale prevede intanto l'insediamento della nuova Knesset il 10 novembre. Nelle settimane successive si capirà se l'ex generale sarà riuscito a trasformare il sostegno raccolto nelle consultazioni in una maggioranza parlamentare stabile.

Se il tentativo dovesse fallire, potrebbe aprirsi una nuova fase negoziale, con la possibilità di affidare l'incarico a un altro esponente politico, compreso Netanyahu. In assenza di una soluzione, Israele potrebbe essere costretto a tornare alle urne.

La scelta di Herzog segna dunque un passaggio importante, ma non ancora definitivo. Per la prima volta dopo le elezioni, il tentativo di costruire un governo alternativo a Netanyahu assume una dimensione istituzionale concreta. Resta da capire se Eisenkot riuscirà a superare i veti incrociati e a tenere insieme una coalizione che, almeno per ora, appare unita soprattutto dalla volontà di cambiare la guida del Paese.