Avellino

Gli interni dell’Ospedale Capone sono sospesi nel tempo: le foto dei bambini del reparto di pediatria stridono con i water e i lavandini divelti sul pavimento, i macchinari per realizzare ecologie, ancora intatti, sono una reminiscenza che fa capolino fra la muffa verde delle pareti, il soffitto che ha perso pannelli metallici, i segni di lavori che dovevano esserci e non sono mai terminati. Boccette di medicinali semivuote sparse sul pavimento, archivi di schede sanitarie accatastate come capita, calcinacci e mattonelle divelte ovunque. Quello che doveva rappresentare una delle eccellenze sanitarie di Avellino è oggi un edificio di sei piani in centro città esposto al degrado e la dimenticanza collettiva.

Vi arriviamo a mezzogiorno. Le scritte, pediatria e ginecologia, che fanno da cappello all’entrata, hanno perso qualche lettera. Attraversiamo il lungo vialone che si spinge sulle rive del Fenestrelle, fiancheggiato dagli arbusti che crescono rigogliosi sulla strada. Arriviamo nello spazio dedicato ai generatori dell’elettricità. Una sbirciata all’interno: i fili sono stati sradicati. Procediamo. Molte finestre del Capone sono state murate, eccetto una stretta feritoia, che notiamo fra gli arbusti. Ci facciamo ponte sulle braccia e penetriamo nell’edificio.

Andrea Fantucchio