Avellino

"Non sono un paziente di serie B. Ma qualcuno ha pensato che la mia vita non avesse abbastanza valore, altrimenti avrebbero fatto di più, avrebbero tentato ogni strada possibile per portarmi a Milano a fare il trapianto. E invece mi hanno lasciato qui a morire" . Luigi Ricchezza, 60 anni, aspettava da otto mesi il fegato che gli avrebbe salvato da vita. Vive ad Atripalda. Sono le 20,30 del 16 dicembre. Finalmente dall'IRCCS di Milano arriva la telefonata che gli comunica la disponibilità di un organo compatibile.  L'intervento è fissato per le 2,00.  Solo cinque ore per prendere un aereo da Napoli, arrivare a Milano,  fare l'anestesia ed entrare in sala operatoria. Luigi si rivolge alla Prefettura di Avellino. In base alla direttiva l'ufficio di Governo è tenuto ad attivarsi per il trasporto dei pazienti in attesa di trapianto. "Se tutto fosse andato come doveva andare, a quest'ora avrei il mio fegato nuovo e un'altra vita da vivere". Invece è andato tutto storto.