Juve- Napoli non è solo la sfida di grandi centravanti, non si vive di solo Higuain e Dybala. Sono loro, i dieci, ad accendere oggi come ieri fantasie e sogni dei tifosi. A Torino, il dieci più discusso è Sivori, l'angelo dalla faccia sporca, lo scugnizzo sciuscià a servizio della Vecchia Signora. Sivori il folletto irriverente dal dribbling funambolico e anarchico, Sivori che gioca con i calzettoni abbassati per irridere sardonicamente l'avversario, un elegante sberleffo il suo, “colpiscimi, io non ho paura”. Eppure Sivori cuore ingrato, che non accetta la disciplina stringente, e a fine carriera ci regala l'ultima finta rocambolesca, passando proprio al Napoli.
Per il partenopei il dieci è Diego. Il suo rapporto con la Juve può riassumersi con un'istantanea, quel genere di fermo immagine che estrapola un momento sportivo lasciato scivolare come una biglia fra le anse di una partita sonnecchiante, e lo eleva a poesia del calcio. 3 Novembre 1985.
Diego sta fissando il pallone che si trova a meno di dieci metri dalla rete. La barriera di maglie bianco nere è a poco più di quattro passi. Il portiere si sente al sicuro. Pausa. Uno sguardo in aria. Poi il Tocco di Pecci che ha sconsigliato al Diez di fare quello che sta per fare. Maradona accarezza la palla che, come spesso accade quando a parlarle è Diego, diligentemente obbedisce, disegnando un'ellisse che cancella tempo, spazio e persino la fisica, piazzandosi alle spalle di un Tacconi incredulo. Trent'anni dopo l'allora portiere bianconero afferma: “Quello che è accaduto quel giorno è inspiegabile. Ma lui era il più grande di tutti e stava scrivendo la storia del calcio. Onorato di averne fatto parte” ... Continua su App News ( Per Apple/ Per Android)
Andrea Fantucchio