Avellino

Il referendum del 17 aprile, con gli strascichi che ne sono seguiti, denuncia un'architettura edificata dal nostro Governo per sorreggere un piano dai contorni sempre più definiti: il desiderio di continuare ad investire nel mercato dei combustibili fossili, nonostante la comparsate di Renzi nella Cop di Parigi.

Un tentativo di “lavarsi la faccia” che appartiene al minestrone propagandistico ripetutamente rimestato dal Premier, quando pontifica sull'importanza degli investimenti nel mercato delle rinnovabili. Peccato che i numeri e le azioni del Governo raccontino ben altra evidenza.

La nostra penisola si è piazzata al nono posto in Europa per finanziamenti di gas e derivati con oltre 13,2 miliardi di dollari di investimento, rispetto ai 12,8 miliardi del 2013. A questo si aggiungono le manovre con le quali la recente Legge di Stabilità ha inferto un colpo al cuore alla produzione green del nostro Paese. Solo undici i miliardi che il governo ha deciso di investire in energie rinnovabili, al fronte di cifre ben più cospicue che caratterizzano gli altri Paesi dell'Unione europea ( spiccano gli immancabili tedeschi con oltre 23 miliardi). Un taglio drastico che pesa meno del 15 % sulle nostre tasse senza che però la bolletta elettrica sia diminuita di un centesimo.

Scure che ha finito per ridurre anche la forza lavoro che opera nel campo delle energia così dette pulite. Nel 2015 si sono infatti persi oltre 4mila posti nel solo settore eolico, senza considerare l'effetto di rimbalzo che una simile politica energetica ha portato. Aziende che private degli incentivi in modo retroattivo, sono state costrette a chiudere. Una moria delle vacche alla quale si è affiancato il crollo verticale degli investitori esteri.

Insomma, il mondo va in un lato (si calcola che entro il 2030, fonte Greenpeace, l'universo delle rinnovabili potrebbe fruttare oltre 100mila nuovi posti lavoro) e il nostro governo dall'altro.

Per capire di cosa stiamo parlando basta scorrere le ultime manovre messe in essere da chi ci amministra.

Il 7 agosto 2014 il governo Renzi ha convertito in legge il decreto 91/2014 sulla Competitività. Tra i provvedimenti spicca quello spalma-incentivi. Tutti gli impianti fotovoltaici di potenza superiore ai 200 kWp sono stati costretti a rimodulare la tariffa incentivante in questo modo: 1) riduzione degli incentivi del 6-8 % a seconda della grandezza dell'impianto. 2) Riduzione dell'incentivo diluito in più anni 3) Riduzione dell'incentivo nei primi anni e poi incremento in egual misura con una durata di vent'anni.

Un provvedimento retroattivo che ha modificato le regole a giochi fatti causando il fuggi fuggi degli investitori stranieri. Sulla questione si è anche espresso L’ambasciatore del Regno Unito, scrivendo al Presidente della Commissione Industria del Senato, l'On.Mucchetti: “Le disposizioni contenute nell’articolo 26 del Decreto Legge in oggetto prevedono cambiamenti retroattivi alla remunerazione di alcune categorie di impianti fotovoltaici. Tali cambiamenti rischiano di avere conseguenze negative per l’Italia come destinazione di investimenti esteri”.

Notevole anche la stangata inferta a quel mini-eolico che potrebbe rappresentare uno dei compromessi fra tutela ambientale e produzione energetica pulita. Un mercato per lo più italiano, al quale sono state spezzate le gambe.

Il nuovo D.M. prevede infatti riduzioni di circa il 30% per gli aerogeneratori da 60 kW e del 40% per quelli fino a 200 kW. Un settore che impiega 1100 unità lavorative a fronte di un fatturato di oltre cento milioni di euro (Fonte censimento compiuto da Anie Rinnovabili). Riducendo gli incentivi da 268 euro/Mwh a 190, e considerando che abitiamo un Paese la cui ventosità media raramente supera 6 m/s, ci si rende subito conto di come l'eolico di questo tipo diventi un investimento insostenibile.

Ennesima scelta miope di un Governo che sembra ignorare le politiche energetiche mondiali poiché non riesce a guardare oltre la contemporaneità. Un Governo pronto a mostrare i muscoli quando ad avvalorarlo è solo e soltanto l'astensionismo popolare dettato dall'incapacità tipicamente italica di esprimersi su temi specifici che esulano dal territorio di appartenenza. Pecoroni che si scornano fra loro e si lamentano sui social, mentre Renzi proprio sui social si fa beffa di loro, “Se fosse per gli ambientalisti ci illumineremmo ancora con le candele”. Come a dire, una risata vi seppellirà. Si fa per fare ironia. Ma, poi, neanche tanto. 

Andrea Fantucchio