di Luciano Trapanese
Ma voi li capite quei comuni irpini o sanniti inesorabilmente avviati verso l'estinzione che si rifiutano di ospitare gli immigrati? Che sono disposti alle barricate pur di non far arrivare nei loro paesi tristemente spopolati giovani famiglie con i loro figli?
Noi francamente no.
Ci spieghiamo. C'è chi dice che i migranti possono essere una risorsa. O come afferma il Papa, “un dono”. Ok, possono sembrare solo parole. Qualcuno (però basta, per favore), taccerebbe queste espressioni di “buonismo”, un termine che ha assunto una inspiegabile connotazione negativa (ma ci chiediamo se il contrario è il “cattivismo”). C'è chi però tutto questo (la risorsa e il dono), l'ha messo in pratica, salvando il paese dallo spopolamento, dando una casa e un lavoro ai rifugiati, facendo rivivere le strade ormai vuote del suo comune e conquistando, per tutto questo, un'altissima considerazione internazionale: la rivista Fortune lo considera tra i cinquanta uomini più influenti al mondo. Parliamo di Domenico Lucano, sindaco di Riace, un piccolo comune calabrese. Il suo paese conta 1726 abitanti e 6mila richiedenti asilo.
La sua storia è nota, non vogliamo dilungarci a raccontarla (la trovate agevolmente sul web). Quello che ci sorprende è che la sua scelta non ha ispirato nessuno (o al limite pochissimi), degli amministratori dei paeselli appenninici delle province di Avellino e Benevento. In Irpinia hanno mostrato in prefettura una chiusura netta verso qualsiasi “arrivo”. Non vogliamo stranieri, in pratica. Declinato in tutti i modi, ma sempre con la stessa ambigua premessa: «Non siamo razzisti». C'è chi dice, “non sappiamo dove ospitarli”, chi aggiunge, “la gente non li vuole”, chi taglia corto e chiude il discorso con un laconico, “perché proprio da noi?”.
Un coro di “no” che ha spinto i sindacati a dire “l'Irpinia non conosce la solidarietà”, e che ha reso davvero sconcertanti gli incontri istituzionali in prefettura per cercare di trovare una linea comune per l'emergenza immigrati. Emergenza – è bene chiarirlo – che già c'è, e che è solo destinata ad aggravarsi.
Il dibattito sugli immigrati e i piccoli comuni delle zone interne è vecchio dieci anni. Quando la questione non aveva ancora assunto toni così drammatici. Ci ricordiamo il sindaco di un comune altirpino grato a una famiglia marocchina che si era trasferita nel suo paese: i nuovi arrivati avevano iscritto i cinque figli all'istituto comprensivo salvando la scuola dalla chiusura.
Ci sono decine di paesi con un tasso di natalità prossima allo zero. Mentre ogni anno muoiono inesorabilmente anziani (sempre più soli: il tasso di suicidi è altissimo). I dati Istat hanno previsto che tra due decenni molti di questi comuni saranno solo un ricordo. O, se preferite, paesi fantasma. Solo case e nessun abitante. Come Roscigno o Apice vecchia. Cosa difendono allora questi amministratori? O ritengono che gli immigrati siano un pericolo peggiore dell'estinzione?
Il sindaco di Riace non solo ha salvato il suo comune, ma gli ha ridato vitalità giovinezza, futuro.
Gli immigrati possono assistere gli anziani, rimettere in sesto case abbandonate e ridotte a ruderi, coltivare le terre incolte, occuparsi della gestione degli spazi pubblici, della raccolta differenziata, rinnovare tradizioni artigiane che stanno scomparendo, riempire di nuovo istituti scolastici chiusi o sull'orlo della chiusura, e così via... Vi sembra poco?
Molti diranno: sì, ma gli italiani? La risposta prevede un'altra domanda, retorica: quali italiani?
I giovani di questi paesi sono andati via perché cercano altro. Magari sono laureati o semplicemente non vogliono coltivare la terra o assistere anziani. E comunque sia, ora non ci sono. E non ci saranno più.
C'è stata una sola occasione per rivitalizzare questi paesi, il post terremoto. E' fallita, fallita per sempre.
Ora c'è questo vuoto, questo niente. Che rischia di diventare definitivo. In questo contesto la presenza di giovani migranti può rappresentare una risorsa. O anche – per dirla con Francesco – un dono.
Oltretutto, la questione migranti segnerà la nostra epoca. Non saranno fermati né dai muri e neppure da cannonate sui barconi. Fare in modo che la loro presenza sia preziosa e non un peso è una scelta dettata dalla pura logica. Del resto, meglio impegnati in piccoli comuni che inutilmente ciondolanti nelle città. E' solo buon senso.
Eppure gli amministratori continuano a dire “no” su tutti i fronti. Anche se nei loro paesi non nasce un bambino da tre anni e le case vuote – e che mai più saranno abitate – sono ormai centinaia.
No, davvero non li capiamo i sindaci dei piccoli comuni irpini e sanniti.
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