di Luciano Trapanese
A Salerno la “cozza” dell'archistar, ad Avellino il buco nero sotto la spianata bianca. Da una parte l'opera destinata – piaccia o meno – a entrare nei libri di architettura. Dall'altra, boh, una delle tante immagini italiane dello spreco di fondi pubblici. In questa fotografia, semplice, immediata e attuale, la differenza sostanziale tra lo sviluppo che si è registrato a Salerno negli ultimi venti anni e il nulla – o quasi – che ha caratterizzato la crescita urbanistica del capoluogo irpino.
Eppure le due città erano partite insieme. O quasi, a dire il vero Salerno un po' prima. Pedonalizzazione del Corso e rifacimento lungomare. Ad Avellino un anno o due d'attesa. Poi: il Corso è stato prima vietato alle macchine e successivamente rifatto.
Calcisticamente quasi un uno a uno.
E quindi: periferie e verde. Anche qui: il Parco Mercatello. La risposta: Parco Santo Spirito. Avellino sempre un po' in ritardo, ma comunque tenendo il passo.
Di Nunno pensava alla Città giardino. De Luca alla piccola Barcellona. Due idee forti. Due grandi ambizioni. Poi, lentamente, nel capoluogo irpino qualcosa si è inceppato. Il progetto complessivo è stato via via abbandonato. Ci sono state scorciatoie, o peggio si sono imboccate altre strade che hanno portato verso un muro.
Eppure mentre De Luca affidava a Zaha Hadid il progetto per la stazione marittima, a Chipperfield quello della cittadella giudiziaria, a Bohigas (e non solo lui), il ridisegno dell'intera città, ad Avellino si rispondeva con l'affidamento a Zevi per il progetto di piazza Libertà e allo studio Gregotti-Cagnardi la revisione completa dell'assetto urbanistico del capoluogo irpino.
Sembrava una storia parallela. Due grandi occasioni per trasportare le città nel nuovo millennio. Riconsiderarle alla radice, mantenendo le rispettive caratteristiche, non snaturandole, ma esaltando – invece – la storia con uno sguardo assolutamente aperto al futuro.
Salerno ha continuato nella sua strada. Anzi, aggiungendo tassello dopo tassello altri elementi al mosaico della sua modernità. Avellino – dal secondo mandato di Di Nunno in poi – si è fermata. Si sono concluse solo le opere annunciate (il Corso, il Parco), ma non ha fatto seguito niente altro. Anzi, gran parte di quel progetto iniziale è stato “arronzato”, giusto per spendere soldi, ma tanti pezzi che componevano il puzzle si sono persi, o sono stati inseriti a casaccio. Il quadro è quello attuale: piazza Libertà non sarà quello che doveva essere, il Corso è stato di fatto abbandonato a se stesso, il Parco Santo Spirito non ha nessun legame con il resto della città (e la sua gestione resta un enorme punto interrogativo), la zona culturale (teatro, casa della cultura, duomo, centro storico), una enorme incompiuta, le periferie sono rimaste periferie, il tunnel un buco nero senza senso, il Mercatone un irrisolto mostro di cemento, e piazza Kennedy ha esattamente gli stessi problemi che aveva prima del suo rifacimento. E ora hanno anche aggiunto l'inutile metro leggera (la filovia), che quando è stata immaginata, e in quel contesto di città, avrebbe anche potuto avere un senso.
Un fallimento. Che ha tanti padri. E una sola vittima: Avellino.
Cosa è mancato? Forse una guida amministrativa sicura, decisa, non tentennante, capace di affrontare e superare ostacoli che pure si frappongono sempre fra il concepimento di un'idea e la sua realizzazione. O più semplicemente hanno vinto altri interessi. Magari quelli che hanno colto in quest'esigenza di cambiamento della città altre opportunità. Diciamo più personali. Non vogliamo semplificare dicendo è mancato un De Luca. Ma in fondo in parte è anche così.
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