Benevento

Una stagione lunga un sogno, farfalle nello stomaco, l’urlo di gioia che fa fatica a liberarsi. Verrebbe di essere banali, di allargare le braccia e gridare: “Ragazzi, siamo in B”. Poi ti accorgi che questa simpatica strega, che dovrebbe sfidare le leggi della fisica sulla sua scopa, ci ha messo 87 lunghi anni per regalarsi questa impresa. E allora un po’ di retorica, intrisa persino di qualche lacrimuccia, non guasta. Il cuore batte forte, frammenti di memoria rimbalzano tutt’intorno, tornano alla mente i momenti tristi cancellati in fretta e quelli belli, mai splendenti come questo. Il sogno è diventato realtà e, come dice Marzullo, aiuterà a vivere meglio. La squadra di calcio scopre un pianeta sconosciuto, la città si affaccia finalmente su un palcoscenico più adeguato alle sue ambizioni, che può avere una ricaduta sociale di inaspettate proporzioni.

C’è un colpo d’occhio splendido, sono più di 15.000 sugli spalti, colori interamente giallorossi. Auteri e Braglia sorprendono un po’ tutti: il tecnico di Floridia sostituisce lo squalificato Lopez con Pezzi, inserendo in difesa Padella. Braglia rispolvera Abruzzese e lo schiera in mezzo alla difesa tra Camisa (a destra) e Alcibiade (a sinistra). La tensione si taglia a fette, più contratto il Benevento in avvio. Sembra invece più sciolto il Lecce che va subito vicino al vantaggio. Curiale da sinistra mette in mezzo un pallone che Lepore calcia benissimo in mezza girata: la sfera sbatte sul palo e torna in campo. Un brivido percorre la schiena dei tifosi giallorossi. Ma è un attimo. Perché la strega c’è e non si scompone. Crea qualche problema Surraco che Braglia ha voluto sulla sinistra. Più che altro le sue serpentine e i tuffi ingannano spesso difensori e arbitro. Ma i giallorossi fanno presto a riaversi. Al 10’ già Cissè sfiora il colpo su una indecisione di Bleve, che poi recupera. La differenza la fanno le due difese. Quella sannita è un monolite, quella del Lecce si allarga in maniera paurosa. E al 17’ la strega fa subito centro. Manovrano sulla destra come ai vecchi tempi Ciciretti e Melara, il cross dell’esterno romano è una carezza per Mazzeo che va deciso di testa e pesca il sette. Esplode il Vigorito, che diventa un’autentica bolgia. Il Lecce gioca palle lunghe e si affida alla sua fisicità, prova a sfruttare le “seconde palle”, ma il Benevento non soffre. Ribatte colpo su colpo e quando riparte fa male. Così al 25’ il 2 a 0 è già servito. Ed è ancora splendido. Mazzeo fa partire il contropiede sulla sinistra, cede a Cissè che parte come un caterpillar. Lascia sul posto Camisa e punta Bleve, quando lo ha a tiro lo infila imparabilmente sulla sua sinistra. Il Benevento sente di avere la B in tasca, ma il Lecce non molla. Innesca Curiale in sospetto fuorigioco, ma Gori è un muro e ribatte. Un minuto dopo ancora sul filo del fuorigioco, Caturano va via come un treno, ma questa volta è Lucioni a fermare in teakle il centravanti salentino. E’ la giornata della strega, il sogno diventa realtà ogni minuto che passa. In avvio di ripresa arriva anche il tris. Nelle maglie larghe della difesa leccese, Ciciretti trova il varco e innesca Mazzeo sulla sinistra: la botta in diagonale piega le mani di Bleve e si insacca. Game over. La partita finisce qua. Il resto è una specie di lezione che il Benevento rifila ai salentini. I giallorossi non mollano di un metro, pressano e aggrediscono con una furia che non finisce neanche al 90’. Si prendono tutto, la piccola vendetta covata contro il Lecce dalla partita dell’andata e soprattutto quella serie B sognata da tanti, troppi anni. Finisce con un bagno di folla che si riversa sul campo, con uno striscione immenso e bellissimo deposto sull’erba dello stadio, con le effigie di Oreste Vigorito, del compianto Ciro a cui è dedicato lo stadio e del presidente Pallotta. E’ tempo di far festa, la notte è lunga.

Franco Santo