Altri quattrocento immigrati arrivano in Irpinia. E non saranno gli ultimi. Oltre i proclami e le strumentalizzazioni che si ripetono a periodi alterni, l'unico dato certo è proprio il fatto che questo flusso non si fermerà. Urge quindi una soluzione immediata ed efficace.
Eppure, i sindaci irpini si sono lavati le mani sulla questione. Ignorando il richiamo del Prefetto che ha finito per ipotizzare la realizzazione di una tendopoli. Posizionata nella città di Avellino.
PROPOSTE INDECENTI
Messa alle strette, proprio l'amministrazione del capoluogo ha provato ad agire. Pensando prima a Villa Sullo, e ricordandosi poi che la struttura non aveva servizi igienici e arredi adeguati. E quindi ad un immobile privato situato alle spalle della Ferrovia. Ipotesi che, come si può immaginare, ha trovato l'opposizione del proprietario della struttura.
Non è la prima volta che si pensa ad edifici privati. Ma non è ipotesi percorribile. Si tratterebbe di un colpo di mano nei confronti dei cittadini oltre che di un fallimento annunciato e un tappabuchi momentaneo. Quando non basteranno le case ad ospitare questi ragazzi, dove li metteremo? Sui balconi, in giardino, o perché no magari sui tetti delle “docce del Corso”?
Scherzi a parte, l'unica vera risposta concreta ad un simile fiume d'anime non può prescindere dalla collaborazione di tutti i comuni coinvolti. Con il capoluogo irpino che dovrebbe ergersi a capofila. Creando una rete funzionale che sintetizzi le esigenze di tutti i comuni partecipanti vagliando le specificità di ognuno. Non basta però focalizzarsi esclusivamente sulla collocazione. Bisogna infatti pensare a come impiegare questi giovani inserendoli realmente nel nostro contesto sociale.
Il sistema d'integrazione attuale ha fallito.
O SI FA INSIEME O SI AFFONDA TUTTI
Oggi gli immigrati arrivano e vengono posteggiati. Sorvolando sul mercato delle collocazioni sul quale hanno speculato cooperative e politica, non si assicura loro quei servizi primari per il giusto inserimento: istruzione con l'insegnamento della nostra lingua e della nostra cultura. Così i giovani finiscono per isolarsi. E, quando arriva il momento di dover essere giudicati dalla commissione che decide sul loro futuro, vengono in larga parte ritenuti non idonei a restare.
E qui scatta il problema. Lo Stato italiano non prevede infatti il rimpatrio e gli immigrati diventano clandestini. Pronti ad ingrossare, il più delle volte, le fila della malavita con l'impiego nelle piazze di spaccio o nella vendita abusiva di svariati prodotti.
Così il sistema va in cortocircuito. Ma, le alternative esistono. E non bisogna andare lontano per scoprirle. Ne parlò il nostro direttore, riprendendo l'esempio del comune di Riace. Dove gli immigrati sono divenuti un valore aggiunto. Rinverdendo il tessuto produttivo locale che li ha impiegati nelle produzioni tipiche. Oltre ad inserire monete spendibili solo all'interno del paese, così da creare un ciclo virtuoso. Ipotizzare una micro-economia messa a sistema fra i diversi comuni è il primo passo.
Con una regia unica si andrebbe così da un lato a dare una sferzata concreta all' economia irpina e dall'altro ad affrontare un altra grave problematica che affligge tanti nostri comuni: quella dello spopolamento. Si dovrebbe investire sui settori traino, e quindi di certo l'agricoltura, l'alimentare di qualità e il turismo emozionale, pensando alla realizzazione di cooperative gestite da ragazzi nel quale impiegare proprio gli immigrati.
Questi sono sono degli spunti dettati dal buon senso. Una traccia che cerca di guardare oltre la contingenza del momento e alle strumentalizzazioni di sorta. Come abbiamo infatti ripetuto in apertura d'articolo, gli sbarchi ci sono e continueranno ad esserci. Che lo si voglia o no. Urge quindi una soluzione concreta, ma non può essere né la tendopoli né tantomeno le case dei cittadini.
Andrea Fantucchio