Avellino

 

di Lucio della Ribalta

Ah, quelle belle mazzette di una volta. Quando uno poteva essere parlamentare o amministratore di condominio ma i soldi che si metteva in tasca erano soldi veri. Mica bufale, taralucci, biciclette e una vacanza in qualche alberghetto di quarta serie.

Si andava a percentuali. Lo vuoi il lavoro? Quanto guadagni, un milione? Il dieci per cento a me. Stretta di mano, bustarella e affare fatto. Senza neppure parlare a telefono.

Beh, ve le ricordate – parliamo in particolare ai lettori irpini – quelle ricche tangenti per l'Alto Calore e le Case popolari? Denaro fresco e sonante. E tanto. Qualcuno lo teneva nascosto nel garage. Poi gli imprenditori si sono rotti di pagare, c'è stata Mani pulite, tangentopoli, arresti a profusione e siamo finiti che corrotti e corruttori fanno la figura dei morti di fame. E se uno chiede una mazzetta gli danno la mancia. E se vuol far assumere un amico o il figlio di un amico il posto che ti offrono è un part time a tempo determinato come parcheggiatore (però non abusivo).

Prima c'era la certezza della raccomadazione. Ti presentavi cappello in mano anche dall'ultimo politico della tua città, pure il più infimo consigliere comunale e presentavi la richiesta: «Sapete, mio figlio è laureato, cerca un posto...». La solita umile preghiera. Quello ti guardava, ti pesava, si informava sull'estensione della parentela e calcolava col la stessa velocità di un elaboratore quantistico la tua valenza in termini elettorali. Se si superava la soglia, ok. Il politico di turno, nella sua bella segreteria, con la bella segretaria, e l'accogliente sala d'attesa per i numerosi clienti, estraeva dal cassetto un prestampato per le raccomadanzioni. Lo compilava, con nome, cognome, mansioni e aspirazioni. La telefonata all'amico dell'amico. E via, ti spediva dal suddetto: «Presentala e poi chiamano tuo figlio». Bello, semplice, funzionale e clientelare.

Certo se non avevi la faccia tosta, una certa propensione teatrale all'esposizione del dramma familiare, e soprattutto se non avevi una schiera di congiunti pronti a votare per questo o quello, il cassetto col prestampato non si apriva. Ma il politico di turno non ti lasciava mai nella disperazione: «Vedremo, vedremo quello che si può fare...». E se si era sotto elezioni si poteva spingere anche in promesse: «Torna tra un mese, dopo il voto. Se vengo rieletto posso darti una mano». Dopo il voto, naturalmente, la segreteria chiudeva e il parlamentare spariva (magari insieme alla bella segretaria), per ricomparire solo alla vigilia di un'altra consultazione.

Diciamo la verità, era una chiavica allora ed è una chiavica adesso. Prima c'era il sistema delle clientele, e per molti ha funzionato. Oggi c'è il sistema delle clientele, anche se non funziona più. E' finita nel degrado anche la più degradante delle consuetudini politiche.

Proprio come per le mazzette. Prima servivano centinaia di migliaia di euro per comprarsi un amministratore. Oggi basta una escort (manco delle più costose), una vacanzetta, l'ingresso per una spa o il buono spesa al discount.

Nessuno avrebbe immaginato, al tramonto della prima Repubblica, che il dopo sarebbe stato peggio. In realtà è stato molto peggio del peggio previsto dal più pessimista dell'epoca. La corruzione è aumentata, è diventata capillare e stracciona. E con le liste bloccate (e quindi l'elezione assicurata in parlamento), per un bel po' ci siamo almeno risparmiati le promesse clientelari: quelle famose segreterie con le belle segretarie non hanno avuto più motivo di esistere. Non c'era più bisogno del vostro voto.