Avellino

Centro di ritrovo per immigrati, come il Moscati di Viale Italia. Grand hotel e posto prediletto dalle coppiette in cerca intimità, il Maffucci. Buchi neri che conservano diversi misteri irrisolti, il Capone. E' il destino dei nostri vecchi ospedali. Ecco l'inchiesta con video e foto.

IL CAPONE

La storia: Il Capone ha più di cinquant'anni di storia. Nel 1962, i proprietari, che inizialmente avevano deciso di utilizzarlo come albergo, ne fanno un ospedale. Seguiranno quarantatré anni di carriera come struttura ostetrico-ginecologico-pediatrico, prima che nel 2005 l'edificio fosse sgomberato e i reparti spostati presso la città ospedaliera.

 

Sabato 21 novembre 2015: Nella pancia del mostro. Ecco cosa nasconde l'ospedale Capone

Gli interni dell’ospedale Capone sono sospesi nel tempo: le foto dei bambini del reparto di pediatria stridono con i water e i lavandini divelti sul pavimento, i macchinari per realizzare ecografie, ancora intatti, sono una reminiscenza che fa capolino fra la muffa verde delle pareti, il soffitto che ha perso pannelli metallici, i segni di lavori che dovevano esserci e non sono mai terminati. Boccette di medicinali semivuote sparse sul pavimento, archivi di schede sanitarie accatastate come capita, calcinacci e mattonelle divelte ovunque. Quello che doveva rappresentare una delle eccellenze sanitarie di Avellino è oggi un edificio di sei piani in centro città esposto al degrado e la dimenticanza collettiva.

Mezzogiorno. Le scritte, pediatria e ginecologia, che fanno da cappello all’entrata, hanno perso qualche lettera. Attraversiamo il lungo vialone che si spinge sulle rive del Fenestrelle, fiancheggiato dagli arbusti che crescono rigogliosi sulla strada. Arriviamo nello spazio dedicato ai generatori dell’elettricità. Una sbirciata all’interno: i fili sono stati sradicati. Procediamo. Molte finestre del Capone sono state murate, eccetto una stretta feritoia, che notiamo fra gli arbusti. Ci facciamo ponte sulle braccia e penetriamo nell’edificio.

Sentiamo una massa morbida sotto i nostri piedi. Decine di fogli sui quali sono scritte informazioni sui pazienti che sono passati di qui. Muovendoci fra le stanze, semi illuminate, aiutandoci col cellulare, ci troviamo di fronte ad una paratia di legno bucata nel mezzo. Attraversiamo il buco e arriviamo ai piani superiori. Ciò che ci colpisce maggiormente è il reparto di pediatria, dove le foto di bimbi ancora appese alle pareti e la presenza di alcune apparecchiature, hanno congelato l'atmosfera al giorno dell'addio. Come ci ricordano anche le fiale sul pavimento. Altre stanze conservano invece presenze ben più recenti.

Uno spettacolo al quale ci siamo ampiamente abituati nei nostri viaggi all'interno delle scatole vuote della città. Qualche abito, materassi, dei residui di pasti recenti. Dalle buste di patatine a qualche bottiglia di birra. Il viaggio si chiude sul balcone dell'ultimo piano dal quale si può osservare uno spicchio di città da tempo lasciato alla mercé dell'abbandono. Largo Ferriera, che s'interseca fra il centro città e la periferia, è terra di nessuno. Fagocitato da due dei buchi neri più grandi di Avellino: il Mercatone e proprio il Capone. Una condanna che sembra senza appello.

Le ipotesi di riutilizzo: Si era parlato di farne un centro commerciale residenziale. Ipotesi che ingolosiva i proprietari, ma che fu rigettata dalla giunta Galasso. Delocalizzazione: il comune che proponeva uno scambio: l'area occupata dall'edificio in cambio di un'altra zona della città. Inutile dire che l'ipotesi fu rigettata in toto dai proprietari che la trovarono enormemente sconveniente. Anche perché non era stata individuata un'area ritenuta di pari valore.

Il Capone oggi: Si susseguono le segnalazioni all'interno della struttura di Largo Ferriera. Coppie di rom che si vedono entrare all'interno dell'edificio spesso con diverse buste della spesa. Oltre ai rumori notturni e le ombre che si possono osservare guardando le finestre a diverse ore del giorno.

 

IL MAFFUCCI

La storia: Il Maffucci fino al 2010 ospitava diversi reparti specialistici. Fra gli altri: allergologia. cardiologia riabilitativa, dermatologia, immunologia clinica, neuropsichiatria infantile, Pneumologia. Poi con il trasferimento alla Città ospedaliera si sono susseguite diverse ipotesi di riutilizzo, che vedremo più avanti, ma nessuna realizzazione concreta. Impasse tradottasi nel degrado degli ultimi sei anni.

 

22 settembre 2015: Maffucci Gran Hotel: ecco chi dorme nell'ex ospedale

«Solo gli immigrati ci mancano, non bastano i polacchi e rumeni che vengono qui ad ubriacarsi. In estate era un continuo via via. Sembrava un hotel, macchine che salivano e scendevano in continuazione». Dice un anziano impegnato a raccogliere le nocciole nel terreno di fronte. Siamo in Via Pennini, poco distanti dall'ingresso dell'ospedale Maffucci, ex eccellenza sanitaria della provincia, da tempo abbandonato al degrado e all'inciviltà. Superiamo il salitone che conduce al grande spiazzale antistante l'edificio. Solo le imposte che sbattono mosse dal vento al secondo piano rompono l'atmosfera di silenzio che attanaglia la zona..

Attraversiamo il mare di sterpaglie arrivando nei pressi dei locali un tempo adibiti a magazzini e servizi igienici e oggi edifici fatiscenti. Dalle finestre divelte: computer distrutti sparsi sul pavimento, bombolette d'ossigeno, flebo per dialisi. Entriamo. Dopo esserci fatti largo fra frammenti di vetro, un lettino ribaltato, un frigorifero al quale è stato strappato via il portellone, accediamo al vano accanto. La discarica di rifiuti sfiora il soffitto: pc, stampanti distrutte, fili elettrici che fuoriescono dal pavimento, lettini ai quali sono stati tolti i piedi, apparecchiature sanitarie rotte di fianco a consolle coi tasti strappati via.

Usciamo e continuiamo il nostro tour del degrado. Ecco apparire i primi segni di vita: di fianco alle sedie di pelle gialla sono appallottolati un cardigan scuro e uno stivale di plastica grigia. Poco distante un brick di Tavernello rovesciato e dei bicchieri in plastica. Nel vano a destra lo spettacolo è ancora peggiore: cartoni giganti riempiti d'abiti e polistirolo, presumibilmente cuccette per la notte. Di fianco a materassini verdi sui quali troviamo sparse due coperte di pile rosse e abiti da donna, una gonna scura e delle ballerine. In quelli che prima erano magazzini, fra due sedie messe in cerchio, decine di bicchieri di plastica e bottiglie di vetro semipiene.

Nei bagni: il lavandino divelto, pezzi di mattonelle sparse sul pavimento, cicche di sigaretta. La parete di fronte ha ceduto, sfondata da un albero che probabilmente è stato abbattuto dal violento vento di questi giorni. Da lì si può ammirare la facciata laterale del Maffucci. L'ennesima scatola vuota, una struttura che con il Moscati di Viale Italia e l'ospedale Capone compone il trittico delle occasioni sprecate della sanità del nostro capoluogo. Eppure, un simile scempio non può esaurirsi nell'indifferenza.Non si nascondono gli edifici come la polvere sotto il tappeto. Perché, prima o poi, le mancanze vengono fuori. La città, adesso, chiede il conto.

 

Ipotesi di riutilizzo: Immediatamente dopo lo smantellamento si pensava di farne una scuola di specializzazione e un centro di ricerca e alta formazione. Ipotesi mai realizzata. L'anno scorso si propose di farne un centro d'accoglienza per migranti. Possibilità accolta con scetticismo dai cittadini e poi naufragata.


Il Maffucci: Oggi i cancelli di accesso, dopo le numerose segnalazioni, sono stati chiusi. Nonostante ciò, a periodi alterni, coppie audaci in cerca di tranquillità riescono ad accedere allo spiazzale di fronte all'edificio. Così come gli ex magazzini sono stati e continuano ad essere ritrovo per senzatetto.


MOSCATI

28 maggio 2016: Moscati, ecco un'altra vittima

Vittima di quella che voleva essere una rivoluzione. Rimasta incompiuta. Agli anni '90 risale il progetto della Città Ospedaliera. Poi ultimato nel 2010. L'inizio della fine per Viale Italia e non solo. Pur avendo regalato alla città una struttura che rappresenta un'eccellenza campana, non si è pensato a un piano di riutilizzo per i quattro edifici che componevano l'Ospedale San Giuseppe Moscati: Il Capone in via Ferriera, il Maffucci in Contrada Pennini, il San Giacomo a Monteforte e poi proprio il Moscati di Viale Italia.

Quattro casi divenuti emblematici. Strutture senza sorveglianza. Ostello di degrado e vandalismo. Spesso ritrovo e bivacco per senzatetto. Senza dimenticare l'influenza che questi edifici, col proprio abbandono, hanno sulle aree intorno.

Basta guardare Viale Italia per capire di cosa parliamo.

L'ex ingresso alberato della città è morto. Un tempo reso maestoso dai platani. Animato dal chiacchiericcio dei bar e dal brulicare di persone che si distribuivano fra il comando provinciale dei Carabinieri, la caserma Berardie la clinica Malzoni. Un distretto cittadino che finiva per attirare un considerevole numero di gente con il relativo indotto per le attività commerciali. Oggi quest'area è al suo canto del cigno.

Un po' come il centro storico. Da via Nappi a via Cirmumvallazione, passando per lo stretto, il cuore pulsante della città è stato stritolato dai cantieri e da un piano di viabilità inadeguato a gestire l'emergenza. A Viale Italia, il cancro è rappresentato da un altro tipo di abbandono. Quello subito proprio dal Moscati. Affiancato dal disarmo della caserma Berardi. Una caporetto simbolicamente riassunta dall'abbattimento dei vecchi platani che cedono il passo ad un futuro indefinito. Così come ha più riprese si è parlato di riutilizzare proprio il Moscati.

Si voleva farne una cittadella giudiziaria, durante il riordino delle strutture di settore. Progetto poi naufragato. Così come l'idea del comune di Avellino che voleva acquistarlo dalla Regione che ne è proprietaria. Altra idea mai decollata. Poi ci sono i cittadini, esasperati dallo stato di abbandono della zona. Oggi hanno dato il via a una petizione per chiedere di riattivare parzialmente l'edificio, dislocando alcuni ambulatori e uffici Asl per i quali la regione spende fitti considerevoli.

 

EPILOGO

Come avete potuto leggere e vedere, ciò che viene fuori osservando lo stato dei tre ospedali, è la fotografia di buchi neri che finiscono per assorbire anche la zona che gravita loro intorno. Sia Largo Ferriera, così come via Pennini e viale Italia, sono distretti di città prossimi alla morte. Con attività commerciali boccheggianti e le zone residenziali che continuano ad essere erose del loro tessuto sociale anno dopo anno. I cittadini si trasferiscono altrove. E i quartieri sopravvivono finché possono prima di sparire del tutto. Fenomeno, che per essere arginato, passa obbligatoriamente per il recupero delle strutture.

Un piano organico che dovrebbe coinvolgere più protagonisti: non dimentichiamo che il Moscati appartiene alla Regione, mentre il Capone è privato. Un insieme di interventi che, adeguatamente organizzati, potrebbero anche intercettare efficacemente quei fondi di sviluppo che annualmente l'Europa mette a disposizione. Pensando al piano approvato recentemente proprio per la Campania che riguarda anche le aree urbane da recuperare. Servono però idee vincenti che offrano una gestione oculata e organica di quella nuova città che si vuole disegnare. Un cammino duro ma necessario. Altrimenti continuerà inesorabile il lento abbandono di questi anni e l'agonia di Avellino.

Andrea Fantucchio