Momenti che restano indelebili nella mente non solo degli appassionati di sport ma di quanti vivono una città. Momenti come quel 53esimo minuto di Sampdoria Avellino, campionato di serie B dell’11 giugno 1978, esattamente trentotto anni fa. Galasso scarta Rossi e gira palla in zona centrale, mentre sopraggiunge come un treno Mario Piga, l’uomo della storia. Tiro, un rasoterra che gela l’estremo difensore della Sampdoria e manda i visibilio gli oltre cinquemila tifosi accorsi allo stadio Marassi, e le altre migliaia che in Irpinia aspettano trepidanti che il miracolo si compia.
Il risultato non si smuoverà più, l’Avellino è in serie A. L’inizio di dieci anni leggendari per la città, che coincideranno con momenti storici emblematici per tutta la provincia, nel bene e nel male. Uno su tutti, il terremoto e la successiva ricostruzione che ha ampiamente pregiudicato lo sviluppo degli anni successivi. Ma il campo continuerà a regalare soddisfazioni ai biancoverdi, personaggi e aneddoti che i più giovani, come il sottoscritto, hanno conosciuto solo attraverso il ricordo dei propri genitori, allora ragazzi, e di album fotografici gelosamente conservati. Quelli che custodiscono la bellezza intramontabile della carta fotografica. Storie che si ascoltano con gli occhi lucidi, fantasticando non solo di quella squadra, ma anche di quei personaggi che hanno reso indimenticabile un’epoca.
Quando ad Avellino si respirava uno spirito diverso. A partire dai festeggiamenti dopo Marassi, quando come racconta Luca Del Gaudio del gruppo Facebook “non sei irpino se”, la città si fermò per tre giorni. Uffici pubblici chiusi, cinema che offrivano l’ingresso gratis, e gelato al pistacchio a prezzi stracciati. Con quel verde che appariva dappertutto ricordando agli Avellinesi la fierezza per la propria appartenenza. Figli di una terra caparbia, dove il sacrificio è all’ordine del giorno. Una terra tenace, come tenace sarà la resistenza che contribuirà a far finire negli almanacchi, la “legge del Partenio”, quella che impediva agli avversari di espugnare la tana del lupo. Se non con sacrifici immani. Il carattere di quella squadra, che nel dopo terremoto, affiancando la città lacerata dal sisma e dal dramma di chi lo aveva vissuto, regalò un’insperata salvezza.
Ma era anche un’Avellino che aveva voglia di guardare al proprio futuro con fiducia e spensieratezza, la stessa dei capelli al vento di Barbadillo che sembrava aver messo sempre le mani nella corrente, o nei festeggiamenti intorno alla bandierina di Juary. Quando anni dopo l’agile bomber brasiliano avrebbe perfino segnato in finale di Champions regalando al Porto il primo grande storico trionfo europeo, anche alle falde del Partenio hanno gioito. Ricordando di quel giovanotto sempre sorridente che metteva tutti di buon umore. Oggi guardiamo a quei giorni con grande nostalgia, inutile dire che speriamo ritornino. Per vivere, come allora, l’opportunità di credere in un sogno, tutti insieme, urlando come allora, “Forza Avellino”.
Andrea Fantucchio