Dopo i fatti di Marsiglia che hanno riportato all'onore delle cronache mondiale il fenomeno degli hooligans, mostrandoci cosa il calcio e lo sport in generale non dovrebbero mai essere, vi riproponiamo un'intervista che facemmo a Vincenzo Scafa, mercoglianese che si trovava a Bruxelles quando andò in scena uno dei momenti più terribili che lo sport mondiale ricordi. La tragedia dell'Heysel.
«L'ondata umana ruppe il silenzio che ancora avvolgeva lo stadio, oscillando da destra verso sinistra: una scossa tellurica che, fra gemiti e urla, annunciava l'inizio della fine. I tifosi juventini, spinti dagli inglesi che caricavano come un solo uomo, indietreggiavano fino a trovarsi con le spalle al muro. Fu allora che il panico s'impadronì della folla: in tanti si lanciavano nel vuoto cercando salvezza o camminando sui corpi caduti a terra, calpestando e scalciando fra urla di dolore e paura. Erano topi in gabbia: da un lato i tifosi inglesi che li incalzavano, dall'altro la rete di sicurezza che impediva loro ogni via d'uscita». A Parlare è Vincenzo Scafa, classe 1963, irpino che trent'anni fa si trovava a Bruxelles per seguire l'ultimo atto della Coppa dei Campioni 1985. La Juve avrebbe battuto il Liverpool 1-0 ma, quella sera, ad uscire sconfitto, era lo sport: con trentanove morti e più di seicento feriti, la tragedia dell' Heysel rappresenta una cicatrice indelebile che supera i confini dei campi di calcio.
«La sera prima della gara - racconta Vincenzo - facemmo una passeggiata in centro e ci accorgemmo di come la situazione fra le due tifoserie si stesse surriscaldando: decine di inglesi ubriachi, distesi sui marciapiedi, intonavano cori spaventosi insultando i passanti. Poi, la mattina della partita, lungo lo stradone che conduceva allo stadio, la situazione degenerò ulteriormente: i tifosi del Liverpool cercavano in tutti i modi la provocazione spintonandoci e insultandoci. Noi ci facemmo valere rispondendo alle offese ricevute, ma non si andò oltre gli insulti goliardici e gli spintoni».
«All'ingresso dello stadio - continua- poliziotti a cavallo imponevano alle file che erano in attesa ai tornelli di mantenersi ordinate. Passammo di fianco ad un cantiere abbandonato, poco distante dall'ingresso del'Heysel, è lì che gli hooligans, nei momenti di follia collettiva, avrebbero reperito spranghe, mattoni e altri oggetti contundenti. Lo stato delle curve era indegno per una finale di Coppe dei Campioni: campi del genere, oggi, non potrebbero ospitare neanche una terza categoria. Ricordo bene le fila di mattoncini rossi che facevano da spalti, gli stessi mattoncini qualche ora dopo sarebbero stati divelti dalla folla inferocita per essere usati come armi».
Vincenzo racconta che, un'ora prima dell'inizio della partita, il settore “Z” fu preso d'assalto dai tifosi inglesi. Dalla sua postazione la visuale non era chiara: vide solo una grande nuvola di polvere sollevarsi, ma intuì che qualcosa non andava. Continuava a scattare foto in direzione del polverone finché cominciarono a distinguersi le prime scene di violenza. Il settore dei tifosi juventini era stato invaso dalla marea urlante dei supporter inglesi e quel mare finì per sfondare tutti gli argini che trovava di fronte.
«Fu allora che si rivelò fondamentale l'intervento di Michele Leo - racconta Vincenzo - che ci convinse ad andar via. Noi giovani volevamo restare ma Michele, padre di famiglia, era irremovibile. Quando giungemmo in albergo, stavano andando in onda i primi collegamenti televisivi. Sul campo nessuno si era reso accorto della gravità della situazione, non immaginavamo ci fossero tutti quei morti e quei feriti. Cercammo di rassicurare immediatamente le nostre famiglie ma non riuscivamo a comunicare con loro perché le linee telefoniche erano intasate. La partita, alla fine, la vedemmo in televisione anche se non importava a nessuno. Di quei giorni ci rimase la bella esperienza vissuta prima di quelle tragiche ore: il Belgio, per l'ordine e la pulizia delle città e l'educazione dei cittadini, ci era sembrato un autentico paradiso. Poi, la sera del 29 maggio 1985, il tempo si è fermato: dall'Heysel non siamo mai tornati indietro».
Andrea Fantucchio