Benevento

Una premessa: nessun esercizio sterile di sociologismo d'accatto, nessuna voglia di aggiungersi al coro dell'indignazione moralistica pret a porter. Quella con la fronte aggrottata a giorni alterni e della missione palingenetica da portare a compimento. Come se fosse possibile redimere l'umanità all'improvviso, come se il male non fosse nascosto, ogni secondo della nostra esistenza, nelle pieghe di una realtà che facciamo finta di non vedere; che allontaniamo, che proviamo ad esorcizzare.

Poi, all'improvviso, scopriamo di non esserci riusciti. E allora, sotto con un profluvio di parole quasi sempre inutili (come queste), con titoli ad effetto, con analisi che tali non sono perchè hanno come punto di partenza l'idea di tranquillità (?) legata ad un territorio che è invece maledettamente simile agli altri. Come se Benevento e la sua provincia fossero altro rispetto al mondo che ci circonda e non parte, seppure piccolissima, dello stesso. Violenza e sopraffazione, non solo quelle tradotte nei colpi di pistola o nella ferocia scatenata contro una bimba.

Storie tragiche che non si capisce perchè debbano appartenere, in certa pubblicistica, solo a determinate zone e non anche, purtroppo, alla nostra. Come se il delitto di Esther, una donna che si guadagnava da vivere con il mestiere più antico di sempre, o di Maria, la piccola che avrebbe avuto il diritto di sognare e di non essere abusata, dovessero essere patrimonio, negativo, solo di certe aree del Paese. Benevento, Italia: l'orrore non ha confini, non si esprime secondo criteri geografici. Arriva quando meno te l'aspetti e ti costringe a fare i conti.

Esp

(foto tratta dal web)