Avellino

Le dimissioni di Luca Cipriano da presidente del Gesualdo evidenziano, una volta ancora, il fallimento di quest'esperienza amministrativa che si lascia dietro solo macerie.

L'elemento che deve maggiormente far riflettere, l'ha evocato proprio Cipriano nelle sue dimissioni, ossia il tradimento della fiducia. La stessa fiducia che i cittadini hanno da tempo smarrito. Si vive in un clima dove la progettualità che dovrebbe animare la costruzione del futuro di Avellino, è costantemente sacrificata al gioco delle poltrone, ai mal di pancia di questo o quel riferimento politico.

Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che Cipriano vada via, dopo che gli spettatori a teatro sono aumentati anno dopo anno, e dopo che sul palco del Gesualdo, sono sfilati nomi internazionali. Certo, con i fondi che riceveva anche dalla regione gli anni scorsi, il Massimo avrebbe quantomeno potuto far da capofila per le altre piccole realtà teatrali di Avellino, ma questa è un'altra storia. Cipriano è stato costretto ad andar via non per negligenze professionali, ma per non aver celato le sue legittime ambizioni politiche. Insomma, stava sullo stomaco, ai malati cronici di mal di pancia.

Quelle persone che, spesso, vivono lontano dalla città e che soprattutto non l'hanno mai capita. Politici venerandi ai quali fa troppo gola giocare questo risiko nel quale le vittime non sono cannoncini di plastica, ma i cittadini e il loro futuro.

Ecco, ci chiediamo, proprio da cittadini prima che da giornalisti, ma a noi cosa resta? Ad Avellino che lasciano queste beghe di quartiere? O, meglio, di quartierino. Che città è una capoluogo che da mesi non viene amministrata perché i riferimenti che dovevano occuparsene sono implosi?

La maggioranza non esiste. Fa capo ad un partito che ha fallito ovunque a livello locale, e che in Irpinia ha permesso anche a un potere decotto come quello di De Mita di resuscitare. Paolo Foti continua ad essere prigioniero di una riconoscenza che da troppo tempo ha la forma di un cappio. Verso quell'uomo, Enzo De Luca, che gli ha assicurato la vittoria delle primarie senza competere, e poi di fatto la sindacatura del capoluogo. Possiamo capirlo, non giustificarlo. Viene un momento nel quale un uomo, prima che un sindaco, deve prendersi le sue responsabilità. Segua il consiglio che gli è stato dato tante volte, anche da queste colonne, sbugiardi quel padrino che troppe volte l'ho ha lasciato in mezzo alla tempesta. Vittima di scelte che anche lo stesso Foti, ne siamo certi, trovava assurde, ma continuava a compiere in ragione di questa assurda riconoscenza. E poi, sempre Foti, si rimetta al giudizio della città ma con una prova di dignità, le sue dimissioni in mano.

Sì, perché dietro all'ipotesi di commissariamento, e al disastro che porterebbe dietro, si stanno nascondendo in tanti. Cosa potrebbe fare un commissario di così disastroso che non è già stato fatto? Non crediamo lascerebbe in sospeso la bonifica dell'Isochimica e la riqualificazione dell'ex Gil come dicono alcuni (quelli che si nascondono). Poi, potrebbe occuparsi di questioni vitali lasciate da troppo tempo ad incancrenire perché c'erano interessi da preservare: pensiamo agli abusivi delle periferie. E' lì in periferia che si decidono le sorti della città. Avellino, senza quella spada di Damocle sul collo, potrebbe avere delle amministrative più pulite. Troppo volte ha vinto chi speculava sulla miseria, assicurandosi fiumi di voti che andavano a rimpinguare un sistema che di sostanza non ne aveva.

Si faceva forte di numeri che coprivano le sue negligenze perpetrate per anni, ereditate dall'amministrazione precedente. Foti, confinandosi nell'indolenza, ha tradito la città. Il caso Acs e le dimissioni di Cipriano, sono solo il bubbone visibile di un male più profondo. Un fallimento, che ha condannato Avellino a un'involuzione durata oltre quindici anni. Cambiano i nomi, prima erano De Mita e Mancino che di fatto spezzarono le gambe a Di Nunno, ora ci sono nuovi padrini che cercano di decidere il destino della città a distanza. Ma la sostanza non cambia. Devono farlo i cittadini, mandandoli a casa.

Andrea Fantucchio