Avellino

di Luciano Trapanese

Bimbi reclusi dietro le sbarre. Gli sguardi fissi sule cancellate. Celle anguste, senza aria. Il posto meno adatto per un bambino. Eppure sono lì, nonostante le promesse. Sono lì, anche dopo il terremoto innescato nel1998, quando nel carcere di Bellizzi, Silvana Giordano, 26 anni, si impiccò davanti al suo bimbo di tre anni. La politica si agitò. Promise, propose. Mai più piccoli carcerati. Sono passati diciotto anni. Ed è tutto come prima. Peggio di prima. Non se ne parla neppure. Uno dei tanti drammi dimenticati. Ad Avellino come altrove. Ad Avellino peggio di altrove. Oggi a Bellizzi sono cinque i piccoli reclusi. Hanno meno di tre anni. E per tutta la vita, come è accaduto ad altri piccoli costretti come loro a trascorrere in una cella la prima infanzia, il rumore delle cancellate provocherà un sobbalzo, un tuffo al cuore, una angoscia improvvisa. LI segnerà per sempre.

«Visitare un qualsiasi istituto penitenziario della Penisola – dichiara Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari -, rappresenta di per se una vera sofferenza per le degradanti e incivili condizioni di detenzione e per le infamanti condizioni di lavoro. Visitare un carcere che ospita sezioni per mamme-detenute, con annessi nidi, è poi uno strazio».

La dichiarazione è stata resa subito dopo la visita nel carcere avellinese. «Tra gli innumerevoli impegni disattesi dal Governo e dal parlamento – continua Sarno - c’è anche la mancata legiferazione in materia di bimbi detenuti. Gli sguardi di quei cinque angioletti chiusi nel nido di Bellizzi hanno rappresentato delle vere stilettate al cuore. Ho sentito l’umiliazione della coscienza e la rabbia di essere inerme di fronte a tale inciviltà. Faccio un appello ai politici perché questa barbarie dei bimbi in carcere abbia immediatamente a cessare. Un Paese non può considerarsi civile se costringe i bambini ad una ingiusta detenzione . Mi appello – continua Sarno - con fervore agli amministratori di Avellino: al sindaco, al presidente della Provincia, al vescovo, alle associazioni di volontariato perché possano individuare con l’amministrazione penitenziaria una soluzione che liberi quegli innocenti dall’affronto delle sbarre. Le norme consentono di delocalizzare in ambienti esterni, sebbene protetti, le mamme detenute. Già a Milano è stato sperimentato con successo una iniziativa per la quale un appartamento messo a disposizione dagli Enti è stato trasformato in locale di detenzione per alcune mamme detenute. Auspico che ciò possa avvenire anche per la mia città. Sarebbe bello che in questi giorni di festa ci si possa ricordare anche di questa sofferenza imposta».

Un appello esteso a tutte le istituzioni locali, dunque. Ma che temiamo cada inascoltato. Come accade troppo spesso. Quello che accade lì dentro, dietro le sbarre di Bellizzi, non ha mai interessato troppo la società civile. Tantomeno il dramma di quei bambini che hanno avuto la sventura di nascere da mamme detenute. Ma questa volta ci vestiamo di ottimismo. E ci uniamo all'appello di Sarno: per una volta, sollevate lo sguardo e guardate a quello che accade lì. Non deve essere difficile trovare una soluzione temporanea per quei cinque piccoli e le loro mamme.

La visita della Uil a Bellizzi ha confermato il lento e inesorabile degrado della struttura. Sovraffollamento di detenuti e carenza di agenti. «Purtroppo – ha spiegato Sarno - i tagli lineari di Tremonti determinano l’impossibilità di procedere agli interventi ordinari di manutenzione dei fabbricati. La conseguenza è l’inevitabile degrado per usura. Paradossalmente il nuovo padiglione in via di consegna – suggerisce il Segretario della Uil Penitenziari - potrebbe essere l’occasione per un piano di ristrutturazione generale. Se, infatti, si trasferissero nella struttura i detenuti attualmente presenti si potrebbe dar vita ai necessari interventi . Tra l’altro senza personale disponibile per attivare quello che, nei fatti, è un nuovo istituto (capienza circa 400 posti), si rischia di aver edificato l’ennesima cattedrale nel deserto».

Questa mattina erano presenti 458 detenuti ( 433 uomini – 25 donne, 428 adulti e 30 giovani adulti) in una struttura che ne potrebbe contenere al massimo 308. I detenuti in attesa del primo grado di giudizio sono 65, 242 i detenuti con sentenze definitive, 151 i detenuti in attesa di sentenza definitiva. I detenuti stranieri sono 64 (60 uomini e 4 donne). Grave, come detto la situazione degli organici di polizia penitanziaria. «E' la vera piaga di Bellizzi – conclude Sarno – con particolare riferimento alla polizia penitenziaria femminile. L’organico della polizia penitenziaria,fissato per decreto ministeriale, dovrebbe assommare a 350 unità. Ne sono presenti, invece, 258 di cui 62 al Nucleo Traduzioni e Piantonamenti. Al netto delle unità impiegate in servizi sussidiari, complementari e d’Ufficio le unità preposte alla sorveglianza sono poco più di 100. Le donne invece dovrebbero essere 45 ma ne sono presenti in servizio solo 18».

Un quadro nerissimo. Dove le insostenibili situazioni per i detenuti si sommano alle gravissime difficoltà per gli agenti di polizia penitenziaria. In tutto questo anche cinque bambini. Cinque innocenti ignobilmente reclusi dietro le sbarre.