Avellino

Vendere la Dogana, questo l'ultimo disastro del comune di Avellino. Lo riporta il quotidiano il Mattino. Da marzo il monumento sarà messo all'asta. Si parte da poco più di 640mila euro.

Certo, lo stesso comune avrebbe un diritto di prelazione (la priorità sulle altre offerte) ma a questo punto è davvero poco realistico che lo utilizzi. Non ci dimentichiamo che l'amministrazione aveva espropriato il bene alla famiglia Sarchiola, proprietaria originaria della Dogana, dopo un contenzioso lunghissimo.

Poi, però, non aveva avuto i soldi né per metterla in sicurezza, né per far partire un progetto di recupero. Niente di nuovo sotto il cielo avellinese. Il caso della Dogana è solo l'ennesimo fallimento di un progetto più ampio che era alla base di quest'amministrazione: fare della cultura una vettore economico, attraverso gli edifici e i monumenti della città.

Che ne sarà a questo punto della Dogana? Solo l'esito dell'asta di marzo potrà dircelo. Intanto, ciò che è certo, è che adesso il suo futuro non dipende più dalla città. E' come se Avellino avesse perso i diritti sulla sua storia.

Questo perché, come dicevamo, la politica della cultura messa in atto da quest'amministrazione, ha fallito senz'appello. Gli edifici comunali fruttano una miseria. Poco più di 70mila euro all'anno. Ve lo immaginate? Casina del Principe, l'Asilo Patria e Lavoro, i campi di San Tommaso, l'Hugo, per citare solo i primi che ci vengono in mente, riescono a rendere poco più di un bar ben lanciato. Mentre sono gestiti per quattro soldi da associazioni e enti che non riescono a farli fruttare. E che hanno legami più o meno dichiarati con l'amministrazione stessa. Dalle parentele di sangue a quelle politiche, il segreto di Pulcinella.

Un po' come grottesca è la vicenda legata al controllo degli edifici e della loro gestione.

Una ricognizione per quattro strutture, quanto tempo può impiegare? A ogni cambio d'assessore, si ricomincia.

Il problema è anche di tipo strettamente pratico. Perché gli imprenditori che si sono fatti avanti per scatole vuote come l'Eliseo ci sono, solo che poi ci si storce il naso. E' il patrimonio di Camillo Marino, non va toccato. Si può essere anche d'accordo con i sacerdoti del tempio, purché poi quel tempio però lo si apra e lo si gestisca.

Oggi è ancora lì, ricettacolo di degrado, emblema di un fallimento in primo luogo progettuale. Si ascoltano ancora fumosi progetti relativi a fondazioni dalle idee altrettanto vaghe. Quale associazione/i può prendersi in carico un simile edificio e fare un piano di rientro economico triennale/quinquennale attraverso l'attività che andrà ad offrire?

Il comune non può farlo, o a meno, non da solo. Per questo rinuncia anche alla Dogana. Per la quale non ha saputo trovare una destinazione d'uso.

Spesso, oltre al denaro, sono proprio le idee a scarseggiare.

Prendiamo sempre in considerazione l'Eliseo: ancora non si capisce che il problema non è farne o non farne un cinema d'autore, ma capire se poi questa funziona lo renderà capace di sostenersi. 

Vogliamo che siano i giovani a gestirlo, lanciamo un bando d'idee destinato a chi ha meno di trent'anni, con una commissione giudicatrice esterna presa fra gli esperti internazionali di settore. Il comune assicuri i primi sei mesi di supporto economico all'idea (basta rinunciare a due concertoni di ferragosto, per citare le prime spese inutili), poi se non cammina con le sue gambe e non si dimostra efficace come dovrebbe, la si sostituisce. Sarebbe davvero così autolesionistico più dell'immobilismo che si protrae da anni?

Inoltre, un appunto dobbiamo farlo. I progietti propost per gli edifici comunali e figlia di idee superate, nessuno sembra aver capito cosa davvero significa fare della cultura ricchezza. E' finito il tempo degli spettacoli gratuiti. E' facile a costo zero riempire qualunque spazio, basta un qualsiasi concerto con nomi nazional popolari. La sfida è spingere la gente a pagare, per usufruire di un qualcosa che non si è mai visto prima. Ripartire dalla creatività e poi canalizzarla nel mercato.

Fino a quando guarderemo con gli occhi del passato al settore della cultura, non potremo lamentarci troppo di un'amministrazione che è specchio della stessa inconsistenza. E che non ci pensa due volte a mettere in vendita tutto, a partire dalla dignità che oggi è stata ancora una volta stuprata. Trattando un pezzo di storia come una volgare bettola messa a disposizione del primo offerente.

Andrea Fantucchio