Benevento

Un pizzico di fantasia – definiamola così – non gli è mai mancato. E in qualche occasione gli è valso anche la ribalta nazionale. La 'corsa' di Saverio Sparandeo, 54 anni, uno degli elementi di spicco dell'omonimo clan che da sempre domina le cronache giudiziarie di Benevento, è finita dopo quattro mesi. A pochi passi dalla città nella quale era evidentemente tornato dopo aver lasciato la comunià pugliese nella quale si trovava agli arresti domiciliari. Lo aveva fatto prima di Pasqua, da allora sembrava sparito nel nulla dal quale lo hanno fatto riemergere i carabinieri.

Si nascondeva a San Nicola Manfredi, in quella contrada – Iannassi – che fa da cerniera con il capoluogo sannita. La sua dimora era diventata un garage adibito all'occorrenza, dal quale poteva comunicare con i piani superiori – spiegano i resoconti – con un interfono. Un apparecchio diventato in qualche maniera il contatto con l'esterno per un personaggio coinvolto in tantissime inchieste dirette negli anni dalla Procura di Benevento e dalla Dda. Un dato che rimanda, per le sue implicazioni 'acustiche', ad un gesto clamoroso che Saverio Sparandeo aveva compiuto diciotto anni fa. Era il dicembre 1998, l'allora 36enne si era tagliato parte del lobo di un orecchio e l'aveva infilata, accompagnandola con una missiva, in una busta che aveva spedito al giudice Flavio Cusani. "Sono perseguitato per il cognome che porto", aveva scritto.

Un'iniziativa di protesta rimbalzata al di fuori dei confini provinciali, un riferimento, quello anagrafico, comparso anche più di recente. Nel settembre del 2015, quando, attraverso uno dei suoi legali, aveva inviato agli organi di informazione una lettera con la quale aveva puntato a richiamare l'attenzione sulla sua condizione. Sostenendo, mentre era in corso il processo nato da un'inchiesta antiestorsione della Dda e della Mobile -, si è concluso due settimane fa con la sua condanna ad 8 anni-, che gli era stato “negato il diritto alla salute”. Anche in quella circostanza aveva parlato del suo cognome. Un cognome del quale va “molto fiero e si vanta, che è onorato di portare”, aveva precisato. Anche se, aveva affermato, rappresenta il motivo per il quale ce l'hanno con lui e con i suoi familiari.

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