Da gennaio a dicembre, 365 giorni all’anno, centinaia di furgoni, auto e pulmini attraversano la grande Piana del Sele. Carciofi, fragole, insalata, pomodori: dietro i frutti della terra che arrivano sulle nostre tavole c'è un mondo di sfruttamento che si muove nell’ombra. Sono 15mila braccianti stranieri e italiani che si spaccano la schiena, paghe da fame in nero e sotto la protezione dei caporali nella Piana del Sele. La paga giornaliera va da un minimo di 20 euro a un massimo di 32 euro per i braccianti altamente specializzati. Il 10 per cento va al al caporale.
Ogni caporale controlla da 50 a 200 persone. E guadagna due volte. Con le imprese agricole che li pagano per procurarsi in fretta e senza problemi gli uomini che servono nelle loro terre. E con i braccianti: di solito 4/5 euro a persona per il trasporto, 3,50 per il panino, 1,5 euro per ogni bottiglia d'acqua consumata sotto il caldo torrido delle serre.
Nella Piana del Sele 8 lavoratori su 10 impiegati nella raccolta intensiva non hanno contratti regolari. Oltre il 60 per cento non ha accesso all'acqua corrente e ai servizi igienici, più di 7 su 10 hanno malattie legate allo sfruttamento.
Inoltre l’80 per cento dei braccianti è composto da stranieri. Se ne contano 10mila nella Piana del Sele. Provengono per lo più da Romania, Algeria o Marocco, ma anche India, paesi dell’est e africa. E anche i caporali oggi sono esclusivamente stranieri. Ogni etnia ha il suo caporale, il proprio sistema di reclutamento.
Oggi sul piano normativo ci sono delle importanti novità costituite dal "Protocollo sperimentale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura" e dal disegno di legge approvato al Senato. Ma è importante fare presto. Questa mattina la conferenza stampa convocata presso la segreteria Cgil di Salerno. Anselmo Botte, affiancato da Giovanna Basile e da Samir Harchich ha lanciato un appello alle istituzioni e alle aziende.
"Questo disegno di legge è un importante passo in avanti - ha dichiarato Anselmo Botte da anni in prima fila contro questo fenomeno - Ma è importante fare presto. Il collocamento pubblico in agricoltura può essere uno strumento prezioso per combattere il fenomeno. Un appello anche alle forze dell’ordine che già fanno molto, a continuare in questa direzione. L’azione di repressione non risolve ma aiuta sicuramente. E poi un appello alle aziende che hanno già aderito alla rete del lavoro di qualità. Cerchiamo di allargare questo cerchio virtuoso”.