Maria Grazia Cucinotta, i Soprano e Avellino. Nel mezzo la Dogana, monumento dimenticato recentemente messo all’asta. Emblema di un centro storico, che con la sua bellezza oggi perduta, ha conquistato un cameo perfino nella famosissima serie televisiva. Dice la Cucinotta, nell’episodio in questione, “In una piazza del centro c’è un edificio del ‘600, un vero capolavoro. Il Palazzo della Dogana. E poi c’è anche un posticino, accanto ad un’osteria, da dove si possono ammirare le colline verdi mentre si sente il profumo di limone”.
Proprio da qui nasce la nostra discussione con Pasquale Matarazzo, affezionato lettore e tecnico ambientale, profondo conoscitore della storia e dell’arte di Avellino. Pasquale ha collaborato con "Buongiorno Irpinia" raccontando i tesori nascosti del capoluogo.
E oggi propone il suo progetto per par rivivere Piazza Amendola. (In basso nella gallery tutte le foto scattate da Pasquale)
“Vorrei trasmettere, da cittadino e non da professionista agli amministratori una mia idea, calandola in mezzo alle cose, ai corpi, alle biografie, ai viaggi e ai paesaggi, alle storie vissute e alle vicende minute; restituendo la parola ai sentimenti, per far venire fuori un luogo che proprio nella comunità pulsante rappresentava la societas, all'insegna del recupero del noi, già riportata negli incontri tenutisi nella Chiesa del Carmine un anno fa.
L'idea è quella del semplice restauro della facciata con il ripristino delle statue: tra le quali primeggia una copia del Pothos di Skopas (scultore e architetto greco di cui l’opera è una copia romana dal vero) restaurato e conservato nel museo Irpino e dei fregi: elementi architettonici sulla balaustra, compresi i due pinnacoli oramai scomparsi (l’elemento superiore del pinnacolo, a forma di cipolla, come si vede dalla foto, scattata dall’alto di una balconata, era abbandonato sul tetto della Dogana e nessuno, compreso la Soprintendenza era a conoscenza del fatto), la scritta impressa sulla pietra locale che ne ricorda il restauro del 1668, stemmi e leoni alla base.
L'idea innovativa dell’intervento di restauro sulla facciata era quella di realizzare, sulla parte retrostante della stessa, un murales di arte contemporanea in pittura, ma meglio un mosaico, ben protetto, che riporti la storia della città con quel che rappresentava la Dogana, ovvero deposito dei grani e poi il lavoro dei mulini con il tracciato del fiume (la pianta del Pacichelli ce lo dimostra, così come i ruderi di alcuni mulini, oltre che i toponimi).
Nella metropolitana di Napoli a via Toledo un mosaico in pietra e pasta vitrea, dell'artista sudafricano William Kentridge, racconta la storia di Napoli con S. Gennaro in testa che guida varie figure ispirate alla storia della città, perché non farlo anche noi tracciando con un’opera d’arte contemporanea un filo verde della nostra storia, come il verde delle colline che ci circondano e il corso del fiume. Recupero della piazzetta antistante e realizzazione di una piazza nella parte retrostante.
Una sorta di giardino zen, con un'opera d'arte al centro della piazza retrostante (anche una pietra da macina messa all' in piedi e un acciottolato di pietre da fiume che ridisegnano il perimetro della Dogana, sulle quali scorre un filo d'acqua che poi impluvia su Piazza Amendola, al centro della stessa, un percorso che, illuminato con delle luci pedonali, cambia colore di sera, il tutto protetto con telecamere. Il fiume, i mulini, la nostra storia - il passato in chiave contemporanea, architettura ed arte per un nuovo Rinascimento - un monumento, la Dogana che ce la racconta.
Inoltre potrebbero venire fuori, nelle fondazioni, dei reperti archeologici, ad esempio l’antico sistema di pesa o altro, il che darebbe un valore aggiunto alla struttura e i reperti potrebbero essere coperti con un pavimento in vetro e illuminati.
A questa narrazione aggiungerei uno spaccato tratto dalla serie televisiva de “I Soprano”. In un episodio, “Isabella”, interpretato da Jack Gandolfini e Maria Grazia Cucinotta, i due parlano della Dogana. Anche da lì nasce la mia idea. Il filmato potrebbe circolare su uno schermo messo nell'area, corredato da foto antiche che riproducono la città come era fino al ‘900. Un primo tentativo per far ritrovare a noi Avellinesi il senso di appartenenza. Aggiungo che questa semplice progetto riporterebbe tanta gente nel luogo delle proprie origini. Intorno ad racconto, si crea una emozione, c’è una simbiosi tra arte e architettura.
Inoltre i bar della zona potrebbero utilizzare l'area mettendo dei tavolini per le proprie attività, visto che non hanno spazio e così si creerebbe la piazza che non abbiamo da anni, quella che ci manca per fare comunità, pagando gli esercenti il suolo pubblico, il Comune ne ricaverebbe un introito, utile alla manutenzione.
Tutti si siederebbero nella piazza barocca per antonomasia della città ad ascoltare della musica, basterebbe mettere un pianoforte d'estate, leggere un libro, dove poter ammirare l'apoteosi del barocco napoletano in città: la facciata della dogana e le sue statue, la torre dell'Orologio, il monumento a Carlo II D'Asburgo, espressione dell'arte di Cosimo Fanzago, l'architetto di Clusone che fece di quell'angolo della città, una piccola Napoli, seguendo le indicazioni dei Caracciolo, completando il tutto con la fontana di Costantinopoli.
Questo sarebbe un buon veicolo turistico, avendo ben individuato la caratteristica storica della città nell'espressione artistico-architettonica dell'architetto tanto caro ai Caracciolo, che ha realizzato tante opere nella città di Napoli, tra cui l'Obelisco di S. Gennaro (1636) e il cancello della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro, ed Avellino, dopo Napoli, è l'unica città della Campania ad avere opere del Fanzago, non dimentichiamoci un altare a Montevergine e tanti altari policromi in città e ho detto tutto, questo è un percorso turistico.
A mio parere non è necessario realizzare un'opera economicamente dispendiosa che ci darebbe un altro contenitore che, visto la situazione di tante strutture, ad oggi senza una funzione, rischia di restare vuoto, senza un racconto, una emozione.
Questa l'Odissea della città, che non riesce mai a ripartire ad incuriosirsi, ad emozionarsi, trasformando il passato in contemporaneo, mantenendone il pensiero: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”, il monito dantesco che non si confà a una città chiusa con la mentalità tra quattro montagne che non riesce ad aprirsi a deprovincializzarsi e resta invece ferma in un tunnel e al palo da anni.
Andrea Fantucchio