Benevento

E' l'ipotesi di reato contestata per la prima volta al clan Sparandeo: associazione per delinquere di stampo camorristico. 416 bis, il capitolo più importante dell'ordinanza. L'ha annullato per alcuni indagati il Riesame, che ha fatto altrettanto anche con l'aggravante del metodo mafioso, esprimendosi ancora sul provvedimento adottato in un'inchiesta diretta dalla Dda di Napoli e condotta dai carabinieri. A marzo il blitz in città, nome in codice Tabula rasa. Ventisei gli arresti, quarantadue, complessivamente, le persone chiamate in causa, trentotto delle quali hanno scelto di essere giudicate con rito abbreviato. L'ulteriore pronuncia del Riesame, che ha riguardato, in particolare, Silvio Sparandeo (avvocato Vincenzo Sguera), 49 anni, per il quale erano già cadute le accuse di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio e spaccio di stupefacenti; Corrado Sparandeo, 28 anni, Stanislao Sparandeo, 35 anni, Luigi Romano, 55 anni, e Francesco Norice, 25 anni, difesi dagli avvocati Antonio Leone e Domenico Dello Iacono, è la conseguenza della decisione adottata ad ottobre dalla Cassazione, che aveva rinviato nuovamente gli atti al Tribunale della libertà accogliendo un ricorso centrato su un vizio procedurale legato ai decreti autorizzativi delle intercettazioni nel carcere di Fuorni. Come più volte ricordato da Ottopagine, si tratta di quelle nella sala colloqui della struttura salernitana, dove Arturo Sparandeo ('83) era detenuto dal settembre del 2010 dopo essere stato beccato con un bel po' di droga. Conversazioni tra il giovane ed alcuni familiari, discussioni riservate soprattutto ai risultati delle elezioni comunali del 2011, alle nomine degli assessori e alle prospettive, peraltro andate deluse, che nella 'analisi' dei protagonisti avrebbero potuto aprire. Discorsi carico di rammarico, per essere andati in ordine sparso, senza aver appoggiato come famiglia un solo candidato. Partita nel 2009 dopo una perquisizione eseguita in occasione dell'arresto di Corrado Sparandeo senior a San Felice al Circeo, l'indagine avrebbe consentito di di acquisire “gravi indizi di colpevolezza” in relazione all'esistenza di un clan camorristico. Una organizzazione dedita ad estorsioni, spaccio di stupefacenti e rapine, dotata di una “forza di intimidazione” – aveva scritto il gip nell'ordinanza -, “strutturata in maniera verticistica ed avente come capo indiscusso i fratelli Sparandeo”. Tra la popolazione – aveva continuato il giudice- “il gruppo Sparandeo è temuto proprio per i tipici atteggiamenti camorristici posti in essere dai suoi componenti. Le modalità utilizzate rappresentano delle tangibili conferme della attività finalizzate alla sopravvivenza del clan ed in ogni caso manifestano con chiarezza i tratti dell'utilizzazione del cosiddetto metodo mafioso nelle condotte illecite com messe”. L'inchiesta ha fatto registrare un'ulteriore tappa a novembre, quando Corrado Sparandeo, 28 anni, e Stanislao Sparandeo, 35 anni, sono stati sottoposti al regime del 41bis, il carcere duro. Una novità assoluta per il Sannio, una misura disposta dal Ministero della giustizia su richiesta della Dda, motivata con la loro presunta pericolosità. Secondo gli inquirenti, avrebbero continuato a dare direttive anche durante la detenzione: un elemento che sarebbe emerso dal contenuto di alcune intercettazioni nel carcere di Secondigliano.