Vento tra i capelli. Lacrime agli occhi. Velocità massima. Adrenalina. Tutto intorno svanisce. Un mondo surreale. La felicità è alle stelle. Sembra di volare.
Sfrecciare su una moto è imparagonabile. Una passione. Ma, attenzione. Passione e dipendenza sono divise da un filo sottile. Filo che può spezzarsi. Improvvisamente. Senza avvertire. Ed è qui che la dipendenza fa danni. Talvolta, irreparabili.
Attimi fatali. Attimi dove la vita sembra scivolare dalle mani. Dove la morte sembra l'unica destinazione.
Certo, le grazie esistono. Lui lo testimonia. Alessio Maisto, ventunenne di Avellino. Miracolato.
«Ho amato i motori sin da piccolo - comincia a raccontare -. All'età di soli quattro anni ebbi il mio primo mezzo. Un minicross». Amore ereditato da papà Carmine, meccanico. Interesse di famiglia. «Io e mio fratello ce l'abbiamo nel sangue», afferma orgoglioso.
«A quattordici anni iniziai la scuola guida per ottenere il patentino». Esito positivo degli esami. Ora può guidare il suo primo motorino. «Nella mia adolescenza ne ho avuti ben due. Mi divertivo a smontarli e ad aggiungere loro nuovi pezzi. Era il mio passatempo preferito - dice -. Ho avuto qualche piccolo incidente. Ma nulla di grave. Non avrei mai potuto cacciarmi in guai seri, mi dicevo».
Gli anni passano. Ventitre maggio 2013. Alessio diventa maggiorenne. «Con i diciotto anni compiuti, potevo aspirare in alto. Volevo una vera e propria moto tutta per me - continua -. Mi feci regalare l'"Honda Hornet 600" di mio padre».
Nonostante la passione per le due ruote li unisca, il papà del neo-diciottenne non vuole che il figlio ne possegga una. «Mi conosceva fin troppo. Il rischio mi ha sempre attirato. Lui lo sapeva. Riteneva che una moto fosse a dir poco rischiosa per un tipo come me», ammette.
Fu così che papà Carmine decide di vendere il veicolo regalato al compleanno. Alessio non si da per vinto. «La voglia di possedere una motocicletta crebbe. Da lì iniziò la mia costante ricerca. Notti insonni per cercare una moto in vendita. Non parlavo d'altro. Ero determinato. Determinazione che convinse persino l'ostilità del mio babbo - conferma soddisfatto -. Con il senno di poi, ammetto la mia ossessione dell'epoca».
Ebbene sì, quando si desidera un qualcosa, si fa l'impossibile per raggiungerlo. «Nell'arco di circa due anni, ho messo da parte un bel po' di soldi. Nel 2015 ho lavorato nelle cucine di un resort in Sardegna. Mentre, all'inizio di quest'anno sono stato assunto come aiuto cuoco in un ristorante della mia città. Tutti i soldi guadagnati sarebbero andati all'acquisto del mio unico obiettivo», dichiara con fermezza.
Primavera del 2016. Sacrifici e ricerche lo conducono a Napoli. «Finalmente adescai su internet un annuncio della vendita di una moto. Una "Yamaha". Stupenda. I miei occhi brillarono - spiega -. Il suo proprietario era partenopeo. Ci mettemmo in contatto e decidemmo di fissare l'appuntamento il 17 aprile».
Il giorno tanto atteso arriva. «Quella mattina, mi recai a Piazza Kennedy con l'intenzione di prendere il pullman delle 10 e 30 dritto per Napoli». Le poche ore di viaggio sembrano un'eternità. Arrivo nella città di Pulcinella. Incontro con il padrone del mezzo. Accordo fatto. «La "Yamaha" era finalmente mia», canta vittorioso.
L'ebrezza della velocità. Il bisogno d'accelerare. L'ardore di sgommare. Il resto è noia. I mesi a seguire passano così. «Trascorrevo le intere giornate sul mio motore. Non pensavo a uscire con gli amici. Tutti i pensieri si dissolvevano. Ero un drogato delle due ruote». Droga che dura soltanto due mesi.
Già, un qualcosa di inaspettato è dietro l'angolo. Dieci luglio 2016. Giornata apparentemente normale. Sveglia. Colazione. Il cellulare squilla. Chiama Gianmarco, un amico. «Mi chiese di dargli un passaggio. Accettai volentieri. Eccitato al sol pensare di salire sulla mia "Yamaha"». Saluta la mamma e se ne va. Scalinate scese in un battibaleno.
Casco e giubbotto. Il paradiso. Ancora per poco. Alessio non immagina a cosa sta andando incontro. Strada rettilinea. Nessuno in vista. Si può accelerare. Una seicento bianca sbuca dalla traversa. «Ero spacciato. Feci il possibile affinché non colpissi in pieno quella macchina. La moto sgommò. Ci riuscii. Ero stato graziato. Strusciai la gamba vicino lo sportello dell'auto. La seicento era salva. Io no. Calando il volto, vidi il mio piede sinistro squartato in due. Irriconoscibile. Un insieme di ossa spezzate e sangue. A primo impatto non sentii nessun dolore. Mi accasciai a terra».
I testimoni dell'incidente chiamano i soccorsi. Accorre l'ambulanza. Undici del mattino. Immediata l'operazione nel reparto ortopedia dell'azienda ospedaliera "Moscati" di Avellino. «Varcai la soglia della sala operatoria sperando fosse tutto un brutto sogno. Purtroppo si trattava della dura realtà. Dovevo affrontarla. Per forza - dice -. L'intervento durò quattro ore e mezza».
Trenta punti per ricucire il piede. Dolore atroce. «Due dita morirono del tutto. Le loro ossa si erano triturate. Il piede tumefatto faceva impressione. Ma cercai di abituarmi. D'altronde ero sopravvissuto. Mi bastava questo», ribadisce con sollievo.
«Sono stato ricoverato undici giorni nella mia città. I miei amici onnipresenti. Venivano spesso a farmi visita. Mi rincuoravano. Colmavano la mia solitudine in quelle quattro mura».
Il conforto degli amici non dura a lungo. Il piede sinistro non ha avuto i risultati sperati. Alessio deve trasferirsi al "Cardarelli" di Napoli. Reparto chirurgia plastica. Nuovo intervento. «Lì, nella stessa città dove avevo comperato il mio sogno, stavo soffrendo maledettamente».
Il nuovo intervento migliorò le condizioni del piede. Al contrario, il malessere fisico raddoppiò. «Mi misero dei ferretti e del gesso per stabilizzare le dita del piede. Ogni quattro ore assumevo vari antidolorifici. La seleparina in particolare. Giovava alla circolazione del sangue».
Incredibile. Più farmaci manda giù, maggiore è il dolore. Ma il medicinale più straziante è lo stare rinchiuso. Paralizzato nella brandina. C'è mamma Tina a sostenerlo. Ventiquattro ore su ventiquattro. «Ormai avevo dimenticato cosa significasse camminare. Troppo presto per rimuovere i primi passi. Spendevo il mio tempo su Facebook e a consumare snack. Era tutto così insostenibile - spiega -. A tenermi compagnia fu mia madre munita di seggio a sdraio».
La speranza è l'ultima a morire. «Mi rendevo conto di aver perso una estate intera. Potevo essere in spiaggia ad abbronzarmi. Invece mi ritrovavo in un ospedale ad annoiarmi. Nulla la possibilità di muovermi. Non mi abbattevo. Ho resistito fino all'ultimo. Fiducioso nel domani».
La grinta viene ripagata. Dopo ventuno giorni da prigioniero, Alessio è dimesso dalla struttura sanitaria. Il piede non necessita ancora supporto medico. Ritorno alla vita quotidiana. «Finalmente respiravo aria di casa mia».
La situazione a casa non cambia molto. «E' circa un mese e mezzo che sono bloccato a letto. Gli unici spostamenti avvengono con la sedia a rotelle. Ciononostante, sto cercando di compiere qualche passo. Volere è potere», annuncia fiero di sé.
La motocicletta è rimasta intatta. Ha solo qualche graffio. Alessio non si pente di averla presa. «E' stato un mio desiderio. L'ho espresso. Non vedo la ragione per cui pentirmi. In futuro ho intenzione di riutilizzarla. Ovvio, con maggiore prudenza».
Il ventunenne non si limita ai confini stabiliti del triste accaduto. Lui vola alto. «Costi quel che costi, mi rimetterò in sesto. Compirò un viaggio in Spagna. Lo avevo già progettato per quest'anno. Si sa, non tutto procede secondo i piani. Forse era destino. Chissà».
Da quel dieci luglio, Alessio è cambiato. La sua prospettiva è diversa. Il modo di approcciarsi all'avvenire è ottimista. Deve ringraziare l'incidente. Paradossale.
«Grazie all'incidente ho acquisito una maturità che prima non possedevo. Ho compreso che le lamentele sono inutili. Soprattutto quelle causate da motivi futili. Bisogna accettarsi. Sempre. Io sono fortunatissimo. Lo sono perché mi trovo qui oggi a raccontare la mia storia. Non tutti conoscono l'importanza della vita. O meglio, non la conoscono abbastanza. Io solo ora la sto scoprendo. Il mio messaggio a tutti i lettori è godersi al meglio la propria esistenza. Vivere è l'unico obiettivo da porsi».
Mariagrazia Mancuso
(studentessa del corso di Ottopagine organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)