Avellino

 

Di Andrea Fantucchio

Un calvario durato trent'anni che ricostruiamo. Storie di morti, centinaia, cancellate da silenzio e omertà. Uno spettro: quello dell'inquinamento, che continua a terrorizzare chi in quelle case, poco distante da fabbriche e rifiuti, vive e vede morire i propri cari. Anime che non ci sono più ma la cui voce, nella Valle del Sabato, riecheggia, oggi più alta che mai. Più in alto dei coni di fumo nero pece provenienti dalle fabbriche, più alto delle mura dell'Isochimica, emblema di vergogna, più in alto degli sterili vacui proclami che ascoltiamo nelle stanze di partito o per strada nelle tornate elettorali. (Per guardare il video clicca sulla foto di copertina)

Anime che non gridano vendetta, pur se ne avrebbero diritto: strappate via da un cancro o un tumore bastardo che, in molti casi si poteva evitare, anzi, si doveva evitare. Pretendono invece giustizia, prima che nelle aule dei tribunali, nella tutela del loro testamento: quei figli che abitano gli stessi posti, sui quali incombe lo spettro del medesimo bastardo tumore.

Ecco qui un diario di bordo delle nefandezze compiute nella Valle del Sabato negli ultimi trent'anni. Un vademecum da diffondere e, soprattutto, da tirar fuori:quando vi diranno che la situazione non è così grave come sembra o quando, come già accaduto, si parlerà di tutto questo marcio, di quei morti uccisi da cumuli di immondizia insabbiata, e in tanti proveranno a tirarsi indietro. A voltare lo sguardo e dire: io non c'entro.

 

1983-1988: LA FABBRICA DELLA MORTE

Nasce lo stabilimento di Pianodardine. Elio Graziano, il proprietario e allora presidente dell'Avellino Calcio, offre lavoro a dei giovani del posto. E di fatto, si prende in cambio le loro vite. Letteralmente. Quei giovani dovranno scoibentare a mani nude le carrozze di Ferrovie dello stato, rimuovendo l'amianto. A nord Italia non c'è nessuno che vuole prendersi in carico l'onere perché, pur non essendoci ancora una legge che vieti l'utilizzo dell'amianto, tanti sono gli operai morti lavorando a contatto con le fibre killer. E si vogliono evitare sollevazioni popolari. Il piccolo stabilimento di una provincia dimenticata, fa al caso di tutti. Qualche anno di attività, e poi chiudiamo la fabbrica. E arrivederci.

“Allora – racconta Nicola Abrate, ex operaio – facevamo tutto a mano e a secco. Non utilizzavamo l'acqua che avrebbe reso meno nocivo l'impatto della polvere. Si temeva di rovinare le carrozze, i cui interni prevedevano ancora panche di legno. La sera, quando ci ritiravamo a casa, avevamo la polvere anche nelle mutande. Ci sfilavamo la tuta, e sulla pelle c'era la traccia che aveva lasciato. Chi con noi condivideva l'intimità, le nostre mogli e compagne, fortunatamente allora eravamo giovani e in tanti senza figli, respiravano lo stesso amianto”.

Un mostro, quello della polvere killer, che continua ad uccidere. Numeri terribili: oltre venti morti fra operai e chi entrò in contatto con l'amianto, centocinquanta persone risultate malate, oltre ventimila tonnellate d'amianto sotterrate nel piazzale della fabbrica, altre scorie nei cubi di cemento dinanzi al piazzale. Senza considerare quell'amianto che negli anni è stato gettato nel fiume Sabato. Una tragedia nazionale paragonata ad altre vergogne italiane, salite alla ribalta: l'Ilva di Taranto e l'Eternit di Casale Monferrato.

Oggi: Ancora nessuno ha pagato per quella tragedia nella quale, in misure differenti, furono coinvolti tutti: in primis il titolare della fabbrica, Elio Graziano, poi Ferrovie dello Stato che oggi non esiste più e voleva sottrarsi al processo, e poi chi peccò d'indifferenza: le istituzioni e la città tutta. Al processo, che si aprirà il 9 settembre, ventisette imputati accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo, disastro ambientale, omissione in atti di ufficio, lesioni dolose: Vincenzo Izzo e Pasquale De Luca, responsabili della sicurezza della fabbrica.

Elio Graziano, proprietario dell'Isochimica.

Il sindaco Paoli Foti per omissione in atti d'ufficio, come custode del sito, dopo essere succeduto a Galasso.

Lo stesso Galasso con i suoi assessori: Ivo Capone, Sergio Barile, Giancarlo Giordano, Luca Iandolo, Donato Pennetta, Tony Iermano, Raffaele Pericolo, Antonio Rotondi, Antonio Spina.

Inoltre: Biagio De Lisa della Eurokomet srl che doveva occuparsi della bonifica,

Giovanni d'Ambrosio amministratore unico Geisa,

Giovanni Rosti amministratore delegato di Team Ambiente,

Michele De Piano, riferimento Asl,

Luigi Barea, responsabili unità bonifica amianto.

Francesco Di Filippo amministratore unico della Hge Ambiente srl. accusati di aver omesso di mettere in sicurezza e bonificare il sito.

Infine il curatore fallimentare, l'avvocato Leonida Gabrieli.

Luigi Cicalese non risponderà di disastro ambientale, ma solo di abuso in atti d'ufficio.


2005: IRM, DOPO L'INFERNO QUEL FUMO VENEFICO AMMAZZA ANCORA

La Irm era uno stabilimento di stoccaggio rifiuti che apparteneva alla “Pescatore srl”. Poi, quel 22 gennaio, si trasformò in un inferno, la cui devastazione avrebbe superato le fiamme: un rogo durato un giorno che mandò in fumo tonnellate di rifiuti. L'area fu evacuata. Non si è però mai valutato l'impatto ambientale di quel disastro: sopratutto la quantità di polveri sottili e diossina sprigionate nell'aria. Si parla di oltre seimila tonnellate di rifiuti bruciati. Il processo del 2009 portò alla condanna per incendio doloso degli imputati fra i quali figurava il rappresentante legale dell'azienda, amministratori e dirigenti dei comuni di Avellino e Mercogliano. Mentre sono stati tutti assolti dal reato di inquinamento ambientale.

12 luglio 2016: UN ALTRO INFERNO TOSSICO?

Questo giugno è bruciata l'autorimessa Urciuoli sulla Variante. Oggi, che sono quasi passati due mesi, ancora non si hanno i rilevamenti dell'inquinamento prodotto dal rogo e i cittadini continuano invano a chiedere di far presto. Intanto, gli abitanti di Atripalda, per ragioni di sicurezza, non possono comprare frutta e ortaggi. Con gli agricoltori del posto, fra le altre cose, devastati da questa scelta.

Agosto 2016, STIR: L'IMMONDIZIA NELLE NOSTRE CASE

Poco distante dalle abitazioni d'Arcella, c'è l'impianto di trito-vagliatura dei rifiuti, lo Stir. Nello spiazzale antistante ci sono oltre quarantamila ecoballe, ognuna del peso di quasi una tonnellata. Montagne di rifiuti accatastati a due passi dalle abitazioni. Il governatore De Luca, aveva parlato di una piano per rimuoverle, oggi non ci sono novità in merito. Intanto la Provincia, a metà agosto, ha imposto che nell'impianto fossero trasportati tutti i rifiuti umidi della provincia irpina per la conseguente chiusura di tre stabilimenti. Un provvedimento che dovrebbe durare quarantacinque giorni e che, pur accompagnato dalle rassicurazioni del presidente Gambacorta, ha rappresentato la classica goccia che fa traboccare il vaso. Spingendo i cittadini della Valle del Sabato ha realizzare la marcia per la vitao. E a richiedere allo stesso De Luca, di intervenire alla svelta sulla questione.

TUMORI E LUCEMIE, MAI SPIEGATE. MO' BASTA!

Le analisi: Invocate dai cittadini della Valle del Sabato. In realtà, in passato, sono stati eseguiti degli studi mai completati, da parte dell'Arpac nel 2005 e dell'Asl Av2 e dalla S.U.N. (Seconda università di Napoli) svolte fra i comuni di Altavilla, Chianche, Tufo, Montefredane, Manocalzati, Prata P.U. E Pratola Serra. Ecco cos'hanno evidenziato: un grado di mortalità maggiore per tumori ossei e del connettivo rispetto al resto della regione Campania. Questa porzione d'Irpinia è inoltre al primo posto per morti causati da leucemia, e seconda dopo Caserta dove si trova l'arcinota terra dei fuochi, per morti causate da tumori maligni di faringe, stomaco, cavo orale e labbra. Inoltre, nell'aria, acqua e suolo, sono stati individuati pericolosi livelli di diossina e metalli quai piombo, stagno e berillio. Manganese e ammoniaca in quantità superiori, nelle acque.

CHE SUCCEDE ORA?

Del processo sull'Isochimica vi abbiamo già parlato. Per quanto riguarda la bonifica del sito è partito un piano di lavoro, che dovrebbe portare nei prossimi mesi alla rimozione di cinquecento cubi di cemento, e in tre anni alla bonifica completa e rimozione dei fabbricati presenti in zona. Se lo augurano tutti.Per quanto riguarda la tutela del territorio inteso come Valle del Sabato, alla luce di quanto su menzionato, è paradossale che il futuro sia affidato a liberi cittadini e associazioni, e non a quelle istituzioni che ancora non hanno compiuto un passo deciso sulla questione. I cittadini si autotasseranno per effettuare altri rilievi privati, sul grado di inquinamento della zona. Ma la politicanon può più restare in silenzio. Mai come in questo momento storico, complice anche l'esplosione della rete che coagula in tempi brevissimi decine di realtà associative che si spendono per il territorio, è necessario da parte degli amministratori prendere una posizione concreta: da portare avanti poi con azioni altrettanto concrete. Restare in mezzo al guado, regalandosi indegne passerelle, non è più consentito. Significa offendere i morti in primis, e poi i vivi, che ora si sono svegliati, doverosamente incazzati neri.