Salerno

di Luciano Trapanese

Rapine per quattro soldi. Ragazzi massacrati per un cellulare. Omicidi assurdi. Non è solo storia di oggi. Anzi. Non potrò mai dimenticare quella volta, quando hanno ammazzato una donna davanti ai miei occhi. Per pochi spiccioli.

Un colpo secco al petto. Ho visto quella distinta signora muovere qualche passo, come per sfuggire alla morte. E poi, sul marciapiede, quell'ultimo rantolo soffocato. La disperata richiesta: «Aiutatemi». Prima di cadere, senza vita.

Era l'otto maggio del 1976. L'Italia era sotto choc per il terremoto del Friuli. Ascoltavo le dirette alla radio. La conta delle vittime. Sentivo per la prima volta il nome di paesi come Osoppo, Bordano, Gemona. Quattro anni dopo sarebbe accaduto anche qui.

Pastena. Periferia est di Salerno. A via dei Mille era da poco nato un quartiere di case piccolo borghesi, circondato da aranceti e rioni popolari. A est rione De Gasperi, più lontano nella stessa direzione, Mariconda. A ovest Santa Margherita e subito dopo quello che chiamano la “Ciampa di cavallo”.

Un pomeriggio dolce di primavera. Ore diciotto. Sono affacciato al balcone. Osservo la strada. Di fronte la piccola salumeria. La gestiscono due anziani. Nel quartiere ce ne sono tre, a cinquanta metri una dall'altra. Non è ancora l'epoca degli ipermercati.

Arriva una macchina scura. Scendono due persone, due giovani. Hanno il passamontagna. Li vedo entrare nella salumeria. Uno impugna una pistola. Sul balcone ci sono anche i miei cugini, li faccio entrare in casa. Senza pensarci, puro istinto. Poi resto lì. Sento degli spari. Escono i rapinatori col passamontagna. Sparano ancora, in alto. E si dileguano a tutta velocità, verso Santa Margherita. Sulla soglia del negozio compare la donna. Dopo ho saputo che era un'insegnante e abitava a pochi metri, in quello che tutti chiamavano il “palazzo dei professori”. Ha una macchia in petto. Barcolla. Chiede aiuto. Si accascia e non si muove più.

Scendo di corsa. C'è anche un mio amico, un coetaneo. Lui si era nascosto dietro una macchina dopo gli spari. C'è tanta gente. L'insegnante viene caricata su una vettura. La corsa verso l'ospedale Riuniti, vicino piazza San Francesco. Ma non c'è niente da fare. E' già morta.

Arriva la polizia. Iniziano a interrogare le persone che erano nel negozio. Una cliente e la salumiera. Altri agenti ascoltano i commercianti del quartiere. C'è anche “mast'Alfredo”, il vecchio ciabattino. Vanno nel bar dei Mille, dove mio fratello faceva i gelati più buoni della zona. Ma nessuno ha visto niente. «Abbiamo sentito delle botte, ma sembravano tric trac». Il poliziotto sbuffa: «Mica è Natale».

Sono lì, davanti alla salumeria. Esce il commissario, che chiede alla folla: «E voi, nessuno ha visto niente?». Alzo la mano, come a scuola. Mi dice di entrare nel negozio. La scena del crimine.

Sono intimidito, sembra un film. Le indagini le conduce il commissario Mariconda, che non assomiglia al Maigret che vedevo sempre in tv, quello con la faccia di Gino Cervi. Nel piccolo negozio c'è la polizia scientifica che scatta foto. Fuori vedo i miei compagni del quartiere, mi indicano agli altri. «E allora - mi chiede l'investigatore –, cosa hai visto?». Rispondo come a un professore durante l'interrogazione: «Due col passamontagna, uno aveva una pistola». «Dove sono scappati?» «Da quella parte», e indico la direzione. «Sai dirmi che macchina era?». La risposta «era scura», non lo soddisfa. Mi dice grazie ed esco dalla salumeria. Non sono stato molto utile.

Nel frattempo si inizia a conoscere qualche dettaglio. Quando sono entrati i banditi l'insegnante aveva in mano una pesante bottiglia d'olio. Il tipo armato ha detto: «Mani in alto!». La povera donna ha sollevato le braccia, ma il peso era eccessivo. Le ha abbassate, il criminale chissà cosa ha temuto. E ha fatto fuoco.

Sono scappati con un bottino di 30mila lire. Meno di quanto mi regalava papà a Natale.

La sera a casa aspetto con ansia il telegiornale. Volevo sentire la notizia, magari vedere le immagini. Ma niente. E' tutto dedicato al terremoto del Friuli.

Il giorno dopo su “Il Mattino” scopriamo che i rapinatori sono già stati arrestati. Uno era il garzone che portava il pane alla salumeria. Erano stati così furbi da parcheggiare l'auto usata per la rapina sotto casa, alla “Ciampa di cavallo”.

Avevano assunto come avvocato difensore l'allora sindaco Clarizia. La cosa, ricordo, suscitò un certo clamore. Clarizia non sarebbe mai più stato sindaco.

Due giorni dopo raccontai tutto in un tema in classe. Dovevo parlare delle sensazioni che mi aveva suscitato il terremoto. Andai decisamente fuori traccia. Ma la professoressa D'Amato non ne tenne conto. Forse quello è stato il mio primo pezzo di cronaca.