Hellas Verona - Avellino non è una partita come le altre. È una sfida dal sapore antico, quello delle storiche sfide in Serie A degli anni ottanta, quando calcavano i manti erbosi dei templi del calcio tricolori calciatori come Beniamino Vignola: doppio ex; talento esploso in Irpinia, acquistato dalla Juventus e poi rientrato tra le fila degli scaligeri. L’ex centrocampista dei lupi ha rilasciato una splendida intervista i colleghi de “L’Arena” alla vigilia del match in programma domani (ore 15) allo stadio “Bentegodi”. Non solo calcio, ma anche ricordi dolorosi tornati a galla con i tragici accadimenti verificatisi nelle ultime settimane nel Centro Italia: quello del terremoto è un trauma senza memoria.
«Il 23 novembre 1980 ero proprio ad Avellino città, al quarto piano di un palazzo. Avevamo appena battuto l'Ascoli. Stavo guardando il secondo tempo in tv di una partita dell'Inter. All'improvviso, il dramma. La terra si è messa a tremare. E sembrava che la scossa non finisse mai. Ho fatto in tempo a scendere dalle scale e arrivare all'uscita. Vivevo in un palazzo di costruzione recente. Non ci fu crollo. Ma appena fuori, trovai la devastazione. Ho vissuto anch'io la mia Amatrice.» - ha esordito Vignola, che nella foto di apertura è immortalato in quella che è la sua nuova quotidiana, nell’azienda di famiglia - «Le immagini di pochi giorni fa che ci arrivavano dal Centro Italia mi hanno scosso. Mi sono riaffiorati mille pensieri. Ricordo che dopo il sisma per un paio di giorni dormii in macchina. Eravamo tutti traumatizzati, nessuno aveva il coraggio di rientrare nelle case. Tutto attorno si era creato un paesaggio di silenzi e devastazione. Ma si sono doveva in qualche modo andare avanti. La società decise di portarci in ritiro a Montecatini Terme. Avevano in programma due trasferte consecutive contro Pistoiese e Udinese. Perdemmo entrambe le partite, eravamo in trance. Ma quella fu anche l’occasione per cercare di metterci alle spalle quello che era successo. Quel tragico evento ebbe l’effetto di creare una grande unione tra di noi. Eravamo consapevoli di essere rimasti l'unica gioia della gente irpina. Per un'ora e mezzo i nostri tifosi venivano allo stadio e pensavano solo al calcio. Lo stesso stadio che era diventato tendopoli per la gente rimasta senza tetto. Ci regalammo tante soddisfazioni. E a Avellino vissi tre stagioni intense giocando con Juary, Di Somma, Favero, Tacconi, ragazzi di grande valore e di grande qualità».
Immancabile un altro tuffo nel passato per un episodio diventato leggenda: lo schiaffo del mai dimenticato commendatore Antonio Sibilia. «Un ceffone che io in qualche modo cercai di schivare.» - ha proseguito Vignola - «Era un momento difficile per tutti. Non si andava bene. Io potevo essere ceduto. E forse, con il presidente, esagerai usando parole che non dovevo usare per farmi cedere. Lui mi disse: Beniamino devi dare di più. Io gli risposi: se non è contento può sempre cedermi. È lì il presidente partì di istinto. Ma la cosa si risolse. Ci volevamo bene, lui era come un padre. Inizialmente, dopo quell'episodio scese il gelo tra di noi. Ma poi si trovò il modo di tornare a parlare. E recuperammo il rapporto. Vissi stagioni esaltanti ad Avellino, poi arrivò la Juve».
In chiusura una “benedizione” per il tecnico del Verona, Fabio Pecchia: «Come me, è stato ad Avellino e pure alla Juve. Ha vissuto il calcio come deve essere giusto. Ora è a Verona, e in certo senso può chiudere il cerchio. Lo considero la persona giusta per questo Verona».
Marco Festa