Francesco Giannini, 19 anni è un rapper avellinese. In arte SerBlack. Ci racconta la sua storia, le sue emozioni. Dei sacrifici che ha fatto e continua a fare per la sua musica. Lo abbiamo incontrato allo Special One, il solito ritrovo degli artisti. Felpone grigio, pantalone largo, cappello e qualche rima in freestyle.
A 8 anni con mio fratello maggiore, mi sono appassionato ad 8mile il film di Eminem. Da quel momento ho capito che il rap poteva essere qualcosa di più di un passatempo. Eminem fu uno dei miei primi spiragli di luce in un mondo nuovo. Il primo artista al quale mi sono appassionato. Il primo a trasmettermi certe sensazioni».
A 13 anni, poi tutto è cambiato. Lentamente, ma radicalmente. Dietro la musica c'era anche altro. «Iniziai ad ascoltare gli Onemic un collettivo formato da Raige, Ensi e Raiden. Molte canzoni rispecchiavano ciò che volevo trasmettere con i miei pezzi. I miei primi testi – ma credo capiti sempre -, erano molto banali. Poi sono cresciuto. Pian piano ho capito come arrivare a tutti in modo diretto. E, soprattutto, a trasmettere la passione che mi anima anche agli altri, a chi mi ascoltava e continua a farlo».
C'è un bel po' di amarezza in un ricordo che ha deciso di condividere con noi: «Purtroppo il bullismo all’epoca era una costante della mia esistenza. Il motivo? Ero in sovrappeso. C'era chi si divertiva a definirmi lo “sfigato” del gruppo. Il ragazzino dell’ultimo banco, insomma. E questa è stata una delle ragioni che mi ha spinto a rifugiarmi nella musica. Era il mio sfogo. E penso che anche oggi non ci sia modo migliore per elaborare e superare certe difficoltà, certe frustrazioni. Il tap mi ha salvato e mi ha fatto rinascere».
E’ partito dai primi brani di Fedez, poi la passione per un gruppo napoletano, i Co’Sang.
«Il rap del nord mi ha segnato. Anche se rispetto molto gli artisti meridionali. Del resto sono convinto che i migliori rapper siano campani: : Neffa, Kaos, Ghemon che è stato un mio importante riferimento. Lo ascoltavo molto».
Anche SerBlack parte dell’Ultimate Flow. Ne parla con orgoglio. Ma anche con nostalgia.
«Quando ero piccolo ho iniziato a suonare con dei ragazzi. Sono tutti diventati miei fratelli. A partire da Nzero, Aurelio e un mio caro, carissimo amico che purtroppo non c’è più, Dac. Ci siamo conosciuti quando eravamo ragazzini e abbiamo intrapreso insieme questa strada, Poi come capita, per un periodo ci siamo allontanati. Quando si cresce è inevitabile. Ora, fortunatamente, tutto si è rimesso a posto. Siamo di nuovo insieme e in perfetta sintonia».
Ma c'è stata una persona più di altre alle radici della sua carriera d'artista.
«Prima mi sono fatto strada da solo, poi è arrivato Aurelio. E lui mi è ancora accanto. La sua presenza è stata fondamentale: mi ha invogliato a continuare, a fare musica. Ai live, eravamo sempre insieme. Siamo partiti con un pubblico molto scarso, le 20 persone che ci ascoltavano al Black House. Poi siamo arrivati ad esibirci di fronte ad un pubblico di 3mila persone. In una serata che non dimenticheremo, a Cesinali. Non ci ha mai fermato niente, ci siamo fatti strada insieme. Superando ogni tipo di difficoltà».
Ricorda quei primi testi. Vita vissuta di un ragazzino. Episodi normali. Che visti oggi sembrano banali: «Per esempio litigavo con il prof a scuola e scrivevo una rima, ogni cosa che mi accadeva era una rima, ho iniziato così. Poi sono arrivati i miei primi testi seri. Registravo con una web cam e microfoni che dire a basso costo è un eufemismo».
La vita di un rapper è complicata, come tutte le vite. E si va incontro anche a delusioni. «Quando ho registrato ‘Resta in play’, il mio primo album nel 2014, ho notato una certe freddezza in molte persone, una mancanza di partecipazione che mi ha molto deluso. Mi sentivo tradito nelle mie aspettative. In quel periodo era un continuo via vai tra Ponticelli a Serino. Poi ho preso una decisione: dovevo farmi uno studio tutto mio. E lì ho ospitato artisti del calibro di Sir Fernandez dei Fuossera. Lavorare da solo, in uno spazio che è solo tuo, porta molti benefici. E aiuta a capire tante cose.”
Racconta di quei periodi di solitudine. Una solitudine più cercata che subita. «Ero solo e venivo giudicato per come vestivo. A 14 anni mettevo il cappello al contrario e venivo chiamato camionista. Pensavano fosse un insulto. Ricevevano da parte mia solo una scollata di spalle. Ora tutti indossano il cappello al contrario. Del resto, il rap è diventato molto di moda. Prima tutti disprezzavano quel tipo di musica e di conseguenza giudicavano negativamente anche me. Ora è tutto un rappare. E tutti ascoltano Nitro, Salmo ecc. Che devo dire? Se lo fanno con convinzione, tutto ok. Ma se ascoltano rap solo per moda. Beh, mi sembra inutile aggiungere quello che penso. O forse sì: vogliono solo mettersi in mostra, cavalcare l'onda. Apprezzo invece molto chi si impegna per far il rap diventare una vera passione. Come è accaduto a me e a tanti amici».
Chi lo dice che le critiche fanno male? Non certo SerBleck: «Quelle non sono mai mancate, un po’ perché avevo 14 anni quando ho iniziato. E all'epoca tutti avevano da ridire per via dell'età. Poi, e quelle erano un po' più difficili da digerire, perché magari puntavano su un punto in particolare: non sai trasmettere emozioni. Oggi se ci ripenso mi viene da ridere. Pensa che una buona parte di quei criticoni ora sono miei fan. E comunque i giudizi negativi non mi hanno mai abbattuto. Quelli palesemente infondati mi sono scivolati addosso. Quelli che invece erano motivati li ho anche presi in considerazione e mi hanno aiutato a crescere come musicista».
«In genere e persone più grandi di me erano quelle che formulavano critiche costruttive. Gli invidiosi non giudicavano la mia musica, ma il mio modo di fare. Hanno provato a buttare giù la mia autostima. Ma ha vinto la musica».
«Il mio cantante preferito? E' certamente SerBlack». Poi torna serio e aggiunge: «Divido la musica in oldschool e newschool, per adesso i miei artisti italiani preferiti sono Sfera Ebbasta e Luchè. Mentre tra gli artisti americani, il mio idolo della oldschool è senza dubbio Tupac.”
Ha intenzione di andare a Torino per le nuove produzioni: “Ci saranno 8 brani, di cui uno prodotto da Aurelio. Non so quando uscirà, ma so che sarà il massimo. Le mie intenzioni sono di andare ‘via da qui’, come dico nel mio ultimo pezzo. Vivo per la musica, perché lei c’è sempre in ogni momento. Mi fa sfogare. Vivrò con la musica, sempre. Adesso è importante per continuare entrare a far parte di un’etichetta. Il mio sogno è sempre lì: diventare un grande artista».
Laura De Angelo
(Studentessa del corso di giornalismo organizzato da Ottopagine nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)