Tutto in poco più di tre ore. La metà per la discussione, il resto per la camera di consiglio. Erano le 14.45 quando la Corte di Assise (presidente Baglioni, a latere Di Carlo più gli otto giudici popolari) ne è uscita per la sentenza. Di condanna. Dieci anni: è la pena inflitta, concesse le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, a Filippo Lubrano, 33 anni, di San'Agata dei Goti, imputato dell'omicidio preterintenzionale di Francesco Ciervo, 69 anni, anch'egli santagatese, morto il 1 agosto del 2015 all'ospedale di Caserta, dove era ricoverato da due giorni. Lubrano è dunque stato ritenuto l'autore del gesto violento che aveva determinato, a cascata, la fine dell'esistenza di Ciccio il parcheggiatore. Uno schiaffo l'aveva centrato al volto, facendolo finire a terra, dove aveva battuto la testa. Era la sera del 30 luglio. Di qui, aveva accertato l'autopsia curata dal medico legale, la dottoressa Monica Fonzo, un'emorragia cerebrale post traumatica risultata fatale, scatenata dalle “tre fratture nella zona occipitale determinate dall'impatto con l'asfalto”. Per Lubrano anche l'interdizione in perpetuo dai pubblici uffici ed il risarciimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore della moglie e dei tre figli di Ciervo.
E' l'epilogo di un processo “su uno spaccato di degrado sociale”, aveva affermato nella sua requisitoria il pm Pizzillo, puntando l'attenzione sulle dichiarazioni di due testimoni chiave, sulla querela presenta contro uno di loro da Lubrano per precostituirsi un alibi, sulle “importanti considerazioni della dottoressa Fonzo sul nesso di causalità”, sul lavoro investigativo dei carabinieri. “E' provata la responsabilità dell'imputato”, aveva concluso, chiedendo la condanna a 12 anni.
Sulla stessa scia l'avvocato Alessandro Della Ratta, per i familiari della vittima, parti civili. “Hanno sempre chiesto con la loro compostezza che sia fatta giustizia, non hanno mai avuto sete di vendetta”, aveva sottolineato, proponendo un risarcimento danni di 250mila euro per ciascuno dei suoi assistiti. Di tutt'altro tenore le argomentazioni dell'avvocato Ettore Marcarelli, che ha difeso Lubrano con l'avvocato Antonio Biscardi. “Aria fritta”, l'aveva definita così, il legale, la ricostruzione “induttiva, fondata sui 'si dice'”, dell'accusa pubblica e privata. Nel mirino “l'assenza di riscontri alle parole di un teste quella sera ubriaco”, “l'inconsistenza assoluta” dell'impianto accusatorio “per la mancanza di elementi in grado di attribuire una posizione di colpevolezza a Lubrano”, di cui aveva perciò sollecitato l'assoluzione per non aver commesso il fatto o, in subordine, perchè il fatto non sussiste.
Quella di oggi è la prima pronuncia su una vicenda drammatica che, come più volte ricordato, accusa e difesa prospettano in modo diametralmente opposto. Tutto era accaduto la sera del 30 luglio nella piazza dell'ex campo sportivo di Sant'Agata dei Goti, mentre era in corso la festa patronale. Il pm Pizzillo ed i carabinieri hanno sempre sostenuto che tra le 19.45 e le 19.50 Lubrano – secondo quanto riferito, in particolare, da un testimone- aveva avvicinato Ciervo, pretendendo di avere, come parcheggiatore, l'esclusiva nei giorni di festa in un'area di sosta evidentemente appetibile perchè affollata da tante auto. Il 69enne gli aveva fatto notare che da sempre era lui a lavorare in quell'area, per tutta risposta era stato colpito al volto da uno schiaffo. Era caduto, battendo la testa e riportando un grave trauma cranico che non gli avrebbe dato scampo. Lubrano era poi andato via in bicicletta. Un'altra persona, che non aveva però formalizzato le sue dichiarazioni, aveva sostenuto di averlo successivamente incontrato e picchiato per punirlo di ciò che aveva combinato al povero Francesco.
Il 4 agosto 2015 Filippo Lubrano era finito in carcere, tredici giorni dopo il Riesame gli aveva concesso i domiciliari; ora è all'obbligo di dimora. Interrogato dal gip Flavio Cusani, che ne aveva ordinato l'arresto, si era detto completamente estraneo, fornendo una versione diversa da quella degli investigatori. A cominciare dagli orari. Aveva spiegato di aver assistito, intorno alle 18.30, ad una discussione tra Ciervo ed uno dei testimoni a suo carico, descritto come visibilmente ubriaco. Lui aveva svolto il ruolo di paciere, e quando gli animi si erano finalmente calmati, si era allontanato dalla piazza dell'ex campo sportivo. Un'area – aveva puntualizzato- sulla quale non voleva imporre la sua volontà; non gli interessava, a differenza di quella di via Annunziata, dove un'ora più tardi era stato picchiato -una circostanza oggetto di una querela dalla quale è nata un'inchiesta poi archiviata – da un uomo. Che avrebbe agito non per punirlo per qualcosa che non aveva fatto, ma perchè- aveva aggiunto – Lubrano era un teste contro di lui per un litigio in piscina.
Ora la sentenza, che la difesa impugnerà in appello.
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