Avellino

“Torno ad Avellino convinto da un progetto sportivo ambizioso e importante. Sono sicuro che, con il contributo di tutte le componenti che gravitano attorno alla Scandone e alla pallacanestro avellinese, potremo raggiungere, gradualmente, obiettivi di sicura soddisfazione”. Con queste parole, il 3 luglio del 2013, Frank Vitucci commentava il suo ritorno in Irpinia. Inutile sottolineare che sembra passato, da quel momento, un secolo. Un ritorno, quello dell’allenatore veneto, in pompa magna, per un coach che, tra il 2010 e il 2012, con i sempre più pressanti problemi economici della società, aveva portato la Scandone a risultati di prestigio. Un ritorno, dopo una stagione a Varese, da allenatore dell’anno, che faceva sognare la piazza e, probabilmente, lo stesso Vitucci. Un sogno infranto già la scorsa stagione e definitivamente conclusosi contro Varese, l’11 gennaio scorso.
 
Quel match è stato l’inizio del declino dei biancoverdi e dello stesso Vitucci. Del resto, il bilancio di 20 vinte e 34 perse non lascia spazio a troppe riflessioni. Vitucci viene esonerato, giustamente, a sette giornate dal termine, ma probabilmente la decisione della società irpina doveva arrivare prima. Per provare a rimettere in piedi una stagione avviata verso il fallimento e per preservare anche l’uomo Vitucci da una rottura con la piazza divenuta inevitabile e probabilmente insanabile. Pochi allenatori, forse nessuno, dopo dieci sconfitte in undici giornate rimangono alla guida della propria squadra. Pochi allenatori, forse nessuno, devono spiegare i perché di una squadra spenta e ripetere la propria speranza di tornare in carreggiata per tre mesi. Una squadra della quale Vitucci ha perso il polso diverso tempo fa.
 
Del coach veneto rimarranno probabilmente più vive le delusioni delle ultime due stagioni che le gioie della prima esperienza. E rimaranno le belle parole su Avellino. “Questa gente è legata a filo doppio con la sua terra, Avellino non è solo una città: è un modo d’essere, un’identità. I motivi sono storici e geografici insieme: questa non è un’isola ma è come se lo fosse. Ad Avellino non ci vai per caso, non ci passi per andare da qualche altra parte: ci vai solo se ci vuoi andare per davvero. Avellino non ha una periferia, ma è tutto città: tutto centro. Provate ad andare in macchina da Roma a Napoli: non capite dove finisce una città e dove inizia l’altra, è un’eterna periferia. Avellino, no: quando ci entri, entri nel cuore. Questa città è una cosa a parte”. La sensazione è che potesse finire diversamente. Peccato.
 
Alessio Bonazzi