Evitare l'ergastolo, ottenere le attenuanti generiche e sperare in un alleggerimento della pena, ammettendo e pentendosi delle proprie colpe. Storie di pentiti che non convincono il pm Stefania Castaldi. E lo spiega nella requisitoria al processo per l'omicidio Montanino-Salierno agguato che avvenne dodici anni fa, a due passi dal bunker del boss Di Lauro. Una agguato che avviò la guerra che spaccò in due il mondo del narcotraffico a Nord di Napoli con una faida sanguinaria, la prima tra i Di Lauro e gli Amato-Pagano e quella lunga scia di sangue scritta con nomi di morti ammazzati.
Una storia lunga e intricata che, come ammette il pm, non sarebbe stata ricostruita senza l'aiuto dei pentiti.
Per quell'agguato ci sono 15 pentiti e altrettanti accusati. Il pm chiede la condanna per tutti: ergastolo per 14, e solo per l'armiere 12 anni di reclusione. Il processo dura da quasi due anni ma solo da alcuni mesi, uno dopo l'altro, sei degli imputati hanno deciso di confessare in aula.
Troppo tardi per il pm che spiega: si pentono per avere una attenuazione del regime carcerario per evitare il 41 bis, il carcere con regime duro. Secondo il pm così il lavoro dello Stato sarebbe reso inutile, vanificato.
Cesare Pagano è tra quelli su cui il pm si sofferma più a lungo: il boss, capo del gruppo scissionista era accusato di due omicidi.
A febbraio scorso, decise di confessare ammettendo di aver ordinato quei delitti ottenendo uno sconto di pena a 30 anni con le attenuanti generiche. Ma per il pm le ammissioni in aula di Pagano come quella del nipote Carmine e altri non sarebbero dettate da una reale presa di coscienza.