Sono riecheggiate durante le arringhe dei difensori di Renato Morante, poi assolto dall'accusa di aver tentato di uccidere a colpi di pistola, nel 2003, Giovanni Vesce. Sono riaffiorate dagli archivi nei quali sono custodite con i loro segreti. Tre storie senza soluzione. Accomunate a quella sulla quale ieri il Tribunale ha sentenziato (e ad un'altra sulla quale dovrà pronunciarsi nuovamente la Corte di appello)– hanno spiegato gli avvocati Paolo Piccialli e Carmine Monaco – dall'ipotesi, da sempre cullata dalla Procura, di un unico movente: la gelosia di Morante nei confronti di quanti erano stati fidanzati con la donna che poi sarebbe diventata sua moglie.
Tre casi che affondano le loro drammatiche radici nel passato, mai riscontrate sul versante giudiziario- attraverso le decisioni di Gip e Riesame, e, per una di esse, per l'assenza di un qualsiasi processo - rispetto all'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico di Morante. Storie che raccontano l'esistenza spezzata di tre persone.
La prima, la più datata, è quella di Severino Frusciante, 34 anni, di San Giorgio del Sannio. Faceva il cuoco in un pub di Venticano, Snella notte tra il 27 ed il 28 dicembre del 1998 era stato ammazzato mentre rientrava nella sua abitazione sulla via Appia. Il corpo era stato ritrovato in una Panda diesel di colore bianco. Crivellato da tre colpi di pistola calibro 7,65 sparati a breve distanza ed in rapida successione. Stava rincasando dopo aver terminato il suo turno di servizio nel locale del vicino paese irpino. Qualcuno l’aveva affiancato ed aveva fatto fuoco, senza dargli scampo. L’auto era uscita di strada ed aveva concluso la sua traiettoria ‘impazzita’ in un terreno. Alcuni automobilisti in transito avevano fatto scattare l’allarme. Inutile qualsiasi soccorso, senza risultati i tentativi di rianimazione. La Panda era rimasta con i fari accesi, inizialmente si era pensato che fosse rimasto vittima di un incidente dovuto, magari, alla stanchezza accumulata. Un colpo di sonno, insomma, o una distrazione fatale. Il rischio che potesse essere seppellito senza che si sapesse ciò che gli era capitato era stato spazzato via, fortunatamente, da un successivo esame; un’ispezione medico-legale più approfondita che aveva fatto emergere un dato inquietante e tragico. «Non mi interessa chi sia stato, voglio sapere perchè l'ha fatto», aveva detto la moglie, stringendo la loro piccola di 8 anni. Da quel momento senza il suo papà.
Otto mesi più tardi, a distanza di duecentoventuno giorni: il 6 agosto del '99. Ad Apice.Un'attività commerciale, nessun problema economico. Enrico Soricelli aveva 36 anni. Era sposato e padre di due figli in tenera età. Era sparito nel pomeriggio del 6 agosto. "Vado a San Giorgio del Sannio", avrebbe detto ad un suo collaboratore stringendo tra le mani un compact -disk di Gigi D'Alessio. Lo aveva duplicato la sera prima, dopo aver avuto l'originale da un amico. Intorno alle 13,30 aveva telefonato ad un legale di fiducia per chiedergli informazioni sull'ambiente di un locale di Montesarchio di cui neanche ricordava il nome. Ma dove, evidentemente, aveva un appuntamento. Un locale, il "Moulin Rouge", dinanzi al quale era stata ritrovata, dopo poco più di ventiquattro ore, la sua Opel Vectra, regolarmente chiusa a chiave e con l'allarme attivato. Elementi che, aggiunti al rinvenimento del telefonino nel cassettino portaoggetti, avevano fanno ritenere che fosse giunto nella cittadina caudina e che poi fosse salito su un'altra auto per incontrare qualcuno. Gli investigatori avevano sequestrato il computer che utilizzava, nella speranza di rintracciare qualcosa che potesse aiutare a capire.
La vicenda aveva richiamato l'attenzione della trasmissione "Chi l'ha visto": ad ottobre una troupe era rimasta per due giorni nel Sannio, intervistando la consorte, i genitori e l'amico al quale, come detto, aveva telefonato. La messa in onda del servizio aveva fatto scattare una segnalazione, poi risultata infondata, di un'assistente sociale in pensione, di Caserta, che aveva riferito di essere quasi certa che l'uomo notato in mattinata - era, a suo dire, in compagnia di una donna dall'aspetto volgare che lo tirava per un braccio nei pressi di una cabina telefonica - fosse lo stesso ritratto nella foto mostrata, in serata, dagli schermi di Rai 3. Non erano mancate voci ed ipotesi, sulla scena era apparsa – in base alle testimonianze - una donna bionda e con una Renault 5 vecchio tipo che era stata vista ad Apice. Nessun risultato dalle indagini, buio fitto. Poi, nel gennaio del 2011, la dichiarazione di morte presunta pronunciata dal Tribunale su richiesta della moglie di Enrico.
Un salto in avanti di due anni e quattro mesi. Era il 10 dicembre del 2001 quando Carmine Mirra, 39 anni, un commerciante di tessuti, di San Nazzaro, era stato freddato con tre colpi di pistola calibro 9 corto nel garage del suo appartamento ad Osnago, in provincia di Lecco, dove da qualche mese si era trasferito. Temeva qualcosa, per questo aveva lasciato il Sannio. La compagna della vittima ed un vicino avevano sentito le detonazioni, forse avevano visto fuggire gli assassini. Anche loro non hanno ancora un volto.
Esp