Avellino

 

di Andrea Fantucchio

(Clicca sulla foto di copertina e guarda l'intervista a Gaetano Calvaresi) «Il primo risultato che guardo è quello della mia Ascoli. Poi l'Avellino. Il lupo una volta che ti entra nel cuore poi ci resta per sempre. L'unico rimpianto è non aver conosciuto una città che sicuramente mi avrebbe dato tantissimo». Firmato Gaetano Calvaresi. Sì, se siete di Avellino, lui non ha bisogno di presentazioni. Autore del gol che oltre vent'anni fa stese la Salernitana (Ottobre 1995). 

Un gesto sportivo divenuto reliquia immateriale alle falde del Partenio. Un testamento che si tramanda di padre in figlio. Con qualche variazione, legata a chi te lo racconta. C'è chi ricorda il minuto esatto: “Calvaresi al '63” recitato tutto d'un fiato. E chi invece descrive tutti i gesti che hanno preceduto l'esecuzione di Gaetano. E' il '62esimo. La partita fra Avellino e Salernitana è tesissima. Orrico richiama Carmine Esposito. Entra Calavaresi. Che quel momento lo aspetta da una vita. (Guarda della stessa rubrica: "Quella donna m'abbracciò e disse: Mario Piga regalaci un sogno", "Gino Corrado: dalla Mirgia alla scoperta di Quagliarella")

«Per me – racconta – era un onore giocare in serie B. Un sogno segnare. Farlo in un derby davanti a 30mila persone era qualcosa che non osavo neppure immaginare».

E invece il destino scelse lui. Facci sovrasta Luiso, la palla si allontana, ma non troppo. Giusto quel tanto che basta. Calvaresi la stoppa di petto. Dandole un leggero tocco. Anche qui, quanto basta. E poi calcia. L'epilogo scontato. Il gol è leggenda.

Poi Calvaresi andò via. Lasciando un segno indimenticabile.

Ma come arrivammo a quel gol: «Boniek non mi dava spazio. Con Orrico cominciai a giocare in modo continuo. Prima eravamo una squadra senza identità. Col mister trovammo la quadratura del cerchio. La sfida con la Salernitana la ricordo benissimo. Non avevo mai vissuto il derby. Atmosfera tesa fin dal martedì precedente al match. Fu una partita combattutissima, si giocava "col coltello fra i denti". Entrai a venticinque minuti dalla fine. Dopo centoventi secondi successe quello che aspettavo da sempre».

Continua: «In città si respirava aria nuova. La classifica ci sorrideva. Avellino è la città che forse mi ha conosciuto di meno. Visto la mia breve esperienza. Ma quella che mi ha segnato maggiormente. Donandomi le emozioni più forti. A me piaceva tantissimo Avellino, anche se vivevo a Mercogliano. Il capoluogo irpino era una città a misura d'uomo. I cittadini di facevano sentire a casa».

Una storia breve ma ricca di aneddoti.

«Ricordo che tornammo dal ritiro a metà agosto. Era in programma l'amichevole con l'Udinese di Zaccheroni. C'erano tredicimila tifosi a sostenerci. In piena estate. A fine allenamento c'erano le televisioni, bambini che volevano gli autografi. Ti sentivi giocatore sempre. Dovevi pagare questo calore con grandi prestazioni. Anche per cinque minuti da titolare, dovevi metterci il cuore. E' Avellino che lo richiede. Lì ho capito cosa significhi giocare per una grande piazza».

Calvaresi non ha mai abbandonato il calcio. Continua a essere la sua vita. Ora si è dedica agli allievi e giovanissimi del Montottone in provincia di Fermo.

Racconta: «All'inizio ero scettico. Dissi, “Non penso di essere bravo con i ragazzi”. Ma dopo due allenamenti mi si era aperto davanti un mondo. I giovani ti riempiono la vita. Vederli crescere è una gratificazione unica.L'importante è farli divertire. E' troppo presto alla loro età pagare di moduli e schemi – Continua - Quello che mi è piaciuto della società nella quale lavoro è il desiderio di far diventare i ragazzi degli uomini di valore. Con principi e comportamenti corretti e leali. Considerato il periodo difficile che viviamo. In particolar modo sotto l'aspetto morale».

La profondità di Calvaresi è anche il prodotto degli allenatori che ha avuto. Lui ricorda con piacere Pasquale Marino, “che mi ha insegnato cosa significhi attaccare, pensare al benessere della squadra prima di tutto”. E Orrico. “Per l'organizzazione maniacale. Dall'allenamento del martedì alla partita di domenica”. Ci stupisce quando parla del signor Angelini, il suo primo allenatore. “Postino di professione – ci spiega – ma mi ha spiegato la vita. Prima del calcio. Ora che sono un uomo di quasi cinquant'anni, capisco davvero cosa volesse insegnarmi».

Calvaresi non dimentica neppure i compagni di squadra. Compagni di vita.

«Il mio amico Beppe Pagano – racconta - aveva doti incredibili. Vedere Hazard, giocatore del Chelsea, è ritrovare Beppe in tutte le sue giocate. Indimenticabile anche Primo Berlinghieri, giocatore di una tecnica incredibile. Umberto Marino, compagno ad Avellino che col suo sinistro ci scriveva. Ma ce ne sono tanti altri».

Il carattere umile di Calvaresi lo sintetizza l'aneddoto relativo alla sua pagina Facebook.

«Non ce l'avevo – spiega – né volevo farne una. Mi sembrava troppo definirmi, “atleta o giocatore”. Il regalo me lo ha fatto un giovane di Marsala. Per il piacere di omaggiarmi per il periodo trascorso in Sicilia. Queste sono cose che ti restano dentro. I segni che lasci negli altri».

Ad Avellino Gaetano ci è riuscito alla grandissima.