di Andrea Fantucchio
Paolo, l'hai letto quel mio ultimo messaggio? Me lo sono chiesto oggi davanti alla tua bara chiusa. Non ho potuto vedere il tuo viso un'ultima volta. Ma forse è meglio così.
Preferisco ricordarlo sorridente e un po' ironico. Davanti alla telecamera, nella villa di via Colombo. Se ripenso a quello che ci siamo detti allora ho un grande vuoto.
Ti ricordi quel pomeriggio davanti alla Casina del Principe? Avevamo presentato il tuo libro. Fu un flop colossale. No, non c'entravi tu. E ci mancherebbe. I pochi presenti non smettevano di stringerti la mano, di congratularsi con te.
Eppure non era bastato. Un politico organizzava qualcosa e ti snobbarono tutti.
Mi vergognavo. Ma nessuno aveva il coraggio di parlarti. Anche perché ci avevi appena fatto commuovere tutti col tuo racconto. Alla fine mi feci coraggio. Tu eri stato disponibile e io non ero neppure riuscito a organizzarti la presentazione.
Ti dovevo delle scuse. Come minimo.
Ero venuto da te nel parcheggio. Col capo chino e la voce rotta, non mi succede quasi mai, ti chiesi scusa. Semplicemente. Tu mi guardasti e sorridesti. Già: sempre quel tuo sorriso.
Mi hai detto: «Ma sei scemo, di che ti scusi? Avellino è così (tu avevi capito tutto), gli faremo cambiare idea. Mica ci fermiamo qua? Convinceremo tutti, io e te».
Chissà cosa avresti detto oggi vedendoci tutti lì all'ospedale. Chi con le lacrime agli occhi, chi in silenzio, chi non la smetteva più di parlare. Ognuno col suo ricordo di Paolo ben stretto, non volevamo lasciarti andare. Ma tu dovevi andare.
Chissà cosa avresti pensato di tutta quell'umanità così diversa riunita lì: c'erano i parenti, i colleghi, gli amici, gli studenti, e poi i nemici. Sì, forse qualcuno che proprio non ti saresti aspettato di vedere. E che forse, scusami se mi permetto, non doveva proprio esserci. Ma si sa, certa gente ha la faccia così dura che non si scompone mai. Non si vergogna. O semplicemente siamo noi di qua, così pieni delle futilità della vita, a soffermarci su queste stupidate.
Tu tutt'al più avresti riso.
Niente poteva sconfiggerti. E' stato sempre così. Sì caro Paolo, io aspetto ancora il tuo secondo tempo. Ora lo stai preparando da chissà dove fra una lezione di educazione fisica e una seduta estenuante sul campo. Sono onorato di averti conosciuto.E' difficile dirti addio. Quindi mi fermo a metà. Arrivederci Paolo, balla coi lupi.