di Andrea Fantucchio
Non si fermano le indagini sulla piscina comunale di Avellino. Vi abbiamo raccontato del sequestro dell'area esterna adibita a solarium e di una buvette (punto ristoro) non autorizzata, in seguito a un'ispezione congiunta degli uffici del Comune e del dirigente della polizia municipale, Michele Arvonio, in veste di Rup del project financing che lega l'ente di Piazza del Popolo alla Polisportiva Avellino del Gruppo Cesaro per 99 anni.
E’ stato proprio il patron Aniello Cesaro a realizzare la struttura inaugurata nel 2006 grazie al project financing di 4 milioni e 400 mila euro.
Per quanto riguarda l'indagine potrebbero esserci presto delle novità: continua lo studio dei documenti che riguardano le concessioni edilizie e i lavori effettuati a via De Gasperi.
L'ipotesi di una eventuale chiusura del impianto, che secondo alcune voci pareva imminente (si era parlato di cinque giorni), è in realtà congelata così come qualsiasi altra azione: fino a quando non sarà terminato lo studio delle carte.
E' il colonnello Michele Arvonio, durante l'inaugurazione della bretella d'accesso al pronto soccorso del Moscati, a fare il punto della situazione.
«Abbiamo proceduto a un sequestro amministrativo in seguito ai controlli effettuati congiuntamente agli uffici preposti: Urbanistica e Patrimonio. Ora abbiamo demandato i tecnici a procedere nell'invio della documentazione richiesta. Al momento restano le irregolarità riscontrate: utilizzo improprio dell'area verde per allocare alcuni utenti a bordo piscina e la presenza di una buvette non autorizzata».
Un periodo delicato, quello vissuto dalla piscina comunale, e dalla polisportiva che ne occupa: il proprietario, Aniello Cesaro, è stato recentemente arrestato col fratello in un'inchiesta che contesta ai due imprenditori napoletani un presunto concorso esterno in associazione mafiosa.
Un' indagine, coordinata dal pm Marinella Di Mauro, che riguarda alcuni appalti nel napoletano e che contesta ai due imprenditori, “un patto con un clan camorristico funzionale all’aggiudicazione dell’appalto attraverso intimidazioni mafiose e reimpiego delle ingenti risorse economiche provenienti dai traffici illeciti del clan”.
Fatti di cronaca che hanno avuto ripercussioni sulla tranquillità dei dipendenti che lavorano all'interno della struttura irpina. Poi è arrivata l'altra indagine svolta dai caschi bianchi. Ora sono tutti in attesa di conoscerne l'esito.