di Marco Festa
Sotto pressione, reduce da quattro sconfitte nelle ultime cinque partite; bersagliato in tutte le sue componenti dal tifo organizzato, palesemente spazientito, che con un comunicato ufficiale dai toni e dai contenuti inequivocabili ha puntato i riflettori su una frattura che si è generata, in maniera inattesa, dopo il successo in rimonta contro l'Empoli, con annesso primato, ottenuto non più tardi dello scorso 30 settembre. L'onda lunga negativa generata dal clamoroso k.o. casalingo con la Salernitana continua, come uno tsunami, ad inseguire e allagare il cammino dell'Avellino, che si è ritrovato improvvisamente con l'acqua alla gola quando sembrava destinato a veleggiare verso orizzonti luminosi. E allora non resta davvero che fare quadrato dall'interno; isolarsi e ricompattarsi. Non solo con l'ausilio delle porte chiuse. Il paradossale aspetto positivo di così tanto e prorompente malcontento potrebbe infatti essere rappresentato da una sorta di potente effetto collante tra la dirigenza e Novellino, finito anch'esso sul banco degli imputati. L'impulsività, scaturita nei contatti con Massimo Drago, ha ceduto il passo con l'andare dei giorni ad aspetti decisamente più razionali e concreti: momenti di appannamento ed oggettivi errori a parte, il mister di Montemarano resta in ogni caso il tecnico più navigato e vincente della categoria e privarsene vorrebbe dire sobbarcarsi altri costi extra dopo aver pagato a caro prezzo il triennale abortito all'origine con Toscano. Dunque, ora più che mai, fronte comune e avanti insieme: anche se Perugia dovesse rivelarsi amara, salvo clamorose debacle con annessa coda di emotività che andrebbe affrontata. La polveriera è esplosa, non resta che rimuovere le macerie di un palazzo che stava venendo su bene e ripartire a costruirlo. Dalle fondamenta. Partendo dal rapporto proprietà - allenatore.