Avellino

 

di Andrea Fantucchio 

Potrebbe sgonfiarsi - molto prima dell'eventuale richiesta di rinvio a giudizio - l'inchiesta sul tentato sequestro di un ventenne fuggito a Roma dopo aver rubato più di quindicimila euro in un'autorimessa di Avellino. Al Riesame è infatti caduta l'aggravante mafiosa a carico dei cinque indagati arrestati nell'indagine che ha coinvolto altre due persone denunciate a piede libero. Lunedì c'era stata la discussione dinanzi ai giudici del tribunale partenopeo. Questa mattina è arrivata la decisione: misure cautelari confermate per Elipidio Galluccio, Diego Bocciero, Sabato Ferrante, Alessio e Antonio Romagnuolo, ma senza più l'aggravante dell'articolo 7.

Il gip nell'ordinanza di arresto aveva già bocciato la finalità mafiosa, sostenuta dall'antimafia, chiarendo come non fosse dimostrabile la volontà degli indagati di agevolare il clan dei Genovese. E offrendo – con le motivazioni della sua scelta – un'interessante riflessione sull'attuale incidenza della cosca che a cavallo fra gli anni '90 e il '2000 aveva gestito un vasto giro di usura fra Avellino e l'hinterland, spesso incrociando la propria attività con quella del clan Cava. Per il magistrato, Maurizio Conte, era impensabile il favoreggiamento di “un'entità immaginaria” (si riferisce proprio alla banda dei Genovese). La sentenza nei confronti del clan, citata dall'antimafia nella richiesta di applicazione delle misure cautelari, risale al 2003: troppo indietro nel tempo per il giudice che aveva ritenuto insufficienti gli elementi portati dall'accusa per “attualizzare” l'attività del gruppo criminale. Comunque stabilmente inserito nelle relazioni annuali della Dda. Gli arresti erano stati motivati con le modalità di esecuzione del reato contestato.

Gli avvocati Gaetano Aufiero, Carmine Danna e Nello Pizza, impegnati nel ricorso al Riesame, hanno prodotto venti pagine di memorie difensive, evidenziando quelle che ritenevano decisive incongruenze nella ricostruzione dell'accusa. Secondo la tesi difensiva l'aggravante mafiosa era insussistente: sostenevano, fra le altre cose, l'assenza di episodi violenti nei confronti di familiari del ventenne e di “azioni invasive” compiute dagli indagati mai condannati per reati associativi.

Le misure cautelari rientrano in un'indagine nata dall'inchiesta sull'omicidio Tornatore, 54enne freddato nel 2016 con tre colpi di arma da fuoco. Il suo corpo era poi stato ritrovato carbonizzato in una Nissan Almeira parcheggiata a due passi da una discarica a Contrada. Grazie ad alcune dichiarazioni - raccolte nel corso degli interrogatori - gli investigatori avevano ipotizzato l'esistenza di un giro di usura fra Avellino e l'hinterland. Così era iniziata un'attività di intercettazione, da parte del nucleo investigativo provinciale dell'Arma, svolta principalmente all'interno dell'autorimessa gestita dagli indagati finiti in carcere. I carabinieri avevano appreso del tentativo di sequestro, poi sventato proprio dall'applicazione delle misure cautelari.  Ora il sostituto procuratore, Liliana Rossi, potrà ricorrere in Cassazione. Poi, se fosse confermata l'assenza dell'aggravante mafiosa, il fascicolo potrebbe arrivare sulla scrivania degli inquirenti avellinesi.