di Andrea Fantucchio
Un filo rosso che, partendo da un omicidio irrisolto, può scoperchiare un vasto giro di usura fra Avellino e l'hinterland. Un'ipotesi che emerge dall'ordinanza di applicazione delle misure cautelari firmata dal gip, Maurizio Conte, su richiesta dell'antimafia napoletana. E ha portato all'arresto di cinque persone, tre sono finite ai domiciliari. Accusate di aver tentato un sequestro ai danni di un ventenne che li aveva derubati di circa quindicimila euro.
L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, nasce da alcuni interrogatori. Nei quali si fa riferimento a un debito che Michele Tornatore, trovato carbonizzato in una Nissan Almeira due anni fa, avrebbe contratto con uomo vicino al clan dei Genovese, il 50ene di Montoro R.R. Sarebbe proprio lui ad aver menzionato i “compagni di Avellino” per spiegare la provenienza del denaro. Era così stata ispezionata l'autorimessa che apparteneva ai due uomini finiti in carcere. All'interno sono state rinvenute cambiali, assegni bancari, appunti e un quaderno con diversi nomi e cifre. Elementi che non sono valsi alcun addebito per gli indagati accusati del solo tentativo di sequestro (Leggi tre giorni per preparare il sequestro: ecco come doveva andare). Scoperto mentre si indagava proprio sul presunto giro di usura che coinvolgerebbe anche nomi già noti della criminalità locale e del napoletano. Uno scenario che l'Irpinia ha già vissuto a cavallo fra gli anni '90 e il 2000. Quando l'influenza dei clan del Vallo di Lauro si estendeva fino ad Avellino, al montorese e a buona parte dell'Agro Nocerino Sarnese. Con potenti contatti anche nell'hinterland della capoluogo partenopeo.
Un'indagine complessa perché cerca di far luce su un fenomeno che le stesse vittime faticano a denunciare. La paura e la vergogna di raccontare quello che si subisce in silenzio, spesso per anni. E che potrebbe rappresentare la chiave per spiegare anche il delitto di Michele Tornatore. Le indagini proseguono spedite. Sono iniziati gli accertamenti dei Ris sugli elementi raccolti dai carabinieri del nucleo investigativo di Avellino, agli ordini del capitano Quintino Russo, in un sopralluogo del 3 marzo nel capannone in uso a Francesco Vietri, rinviato a giudizio con l'accusa di concorso in omicidio e distruzione di cadavere con l'aggravante del metodo mafioso. Il Reparto Investigazioni scientifiche lavorerà su uno straccio e dei secchi sui quali sarebbero state trovate tracce di Dna che andranno poi confrontate con quelle dei due nuovi indagati, G.I. E R.G., che si aggiungono proprio a R.R. La cui posizione non è stata mai archiviata.
