di Luciano Trapanese
C'è una camorra che vi cammina accanto, insospettabile, colta, benestante. Che vi siede vicino, che gestisce i vostri locali preferiti, investe anche i vostri soldi, che votate alle elezioni o si occupa della vostra salute. C'è una camorra che non ha la faccia di Gomorra, non spara, non ha bisogno di fare “stese”, non uccide e non abita in quartieri ghetto, ma in lussuosi condomini del centro. E non solo a Napoli.
L'inchiesta della Dda napoletana, che ha portato all'arresto di due noti chirurghi partenopei, figli della Napoli bene, ricchi e stimati, lontani anni luce dall'immaginario criminale della città, non sorprende nessuno. Sono indagati per aver facilitato, grazie anche alla loro posizione, il riciclaggio di milioni di euro al soldo di un clan, quello dei Lo Russo. Ipotesi di reato che dovranno essere confermate, ma che disegnano uno scenario fin troppo noto, che ha già avuto decine e decine di conferme. E lega pezzi della borghesia campana agli affari criminali del “sistema”.
Basti solo ricordare l'inchiesta che ha svelato i legami tra il clan Zagaria di Casal di Principe e faccendieri, professori universitari, imprenditori, amministratori e politici.
L'insana alleanza
Un'alleanza – tra crimine e insospettabili – che in in certe dimensioni c'è sempre stata, ed era una caratteristica preminente di mafia e 'ndrangheta, ma che ora è diventata base operativa anche per la camorra: ci sono quantità enormi di denaro da investire, e c'è bisogno di facce pulite, dai nomi e dalle reputazioni irreprensibili. Il richiamo, per alcuni, diventa irresistibile: con i soldi della camorra si acquisisce prestigio imprenditoriale, si intascano altri soldi e si rischia – economicamente – zero. Protetti dalla consapevolezza, spesso è solo un'illusione, di poterla comunque fare franca, di non poter mai essere beccati. Ma si finisce comunque in un ingranaggio malato, dal quale non è sempre facile uscire.
Quest'alleanza ha dato vita a un intreccio complesso tra camorra, imprese e politica, stratificato negli anni, ma in continua evoluzione e costante espansione. Nel Casertano e in tutte le organizzazioni della camorra non metropolitana, questo sistema è consolidato. Nel napoletano è appannaggio solo dei clan storici e più strutturati. Le nuove gang non hanno la forza, la capacità organizzativa e forse neppure la consistenza economica per dare concretezza a questo salto di qualità.
Il silenzio della camorra
Lontano da Napoli i clan sono quasi silenti. Niente sparatorie, niente gesti eclatanti, rari omicidi. Gli accordi tra cosche hanno consentito agli affari di prosperare “in pace” e impedito ai riflettori di inquirenti e investigatori di illuminare un cancro silenzioso che divora interi pezzi di economia e annienta ogni tipo di leale concorrenza.
Una volta si diceva, quando la mafia non si sente è più forte. Vale lo stesso per la camorra. E infatti laddove si spara e si uccide, la malavita organizzata non ha la stessa rilevanza e i clan nascono e muoiono nel giro di pochi anni.
La fondazione croata del re della droga
Emblematica la vicenda giudiziaria di Vincenzo Casillo, il re della droga di Boscoreale. Il boss avrebbe messo a disposizione di imprenditori compiacenti milioni e milioni di euro per l'acquisto di appartamenti, ville, terreni, attività commerciali, titoli di Stato. Oltre ad avviare imprese in molte zone del mondo per la raccolta di soldi sporchi. Come in Croazia, dove una fondazione avrebbe alterato strumenti finanziari e aperto linee di credito con titoli taroccati. Per fare tutto questo il boss si è servito della complicità di insospettabili, ma anche capaci manager, palazzinari, titolari di imprese e finanziarie. L'antimafia ha scoperto che partendo dalla periferia di Napoli il clan era stato capace di investire somme imponenti anche in Brasile, Svizzera e Spagna.
Per i Casalesi, ma anche per altri clan più potenti della “famiglia” di Boscoreale, bisogna moltiplicare per dieci o cento la capacità di investimento. Vere holding, con interessi nel nord Italia, in Gran Bretagna, in Germania, in Scozia, nei paradisi fiscali, in Sud America, in Canada, negli Stati Uniti e da qualche tempo anche in Africa, la nuova meta – come si rileva in diverse inchieste giudiziaria – per imponenti investimenti di denaro sporco.
Top manager della camorra: i broker trafficanti
Operazioni finanziarie complesse, costruite con conoscenze tecniche di grande livello, impermeabili il più possibile alle indagini delle polizie di tutto il mondo. C'è bisogno di “colletti bianchi” non solo insospettabili, ma anche estremamente preparati. Così come sono preparati e sempre più numerosi gli hacker, anche stranieri, al soldo dei clan.
Così come è del tutto cambiata la figura del trafficante internazionale di droga. Oggi sono noti come broker della coca. Sono veri top manager. Devono essere capaci di importare sostanze stupefacenti da Paesi stranieri, stoccare la merce, distribuirla ai grossisti, “lubrificare” complicità per garantirsi un trasporto senza sorprese, gestire i pagamenti cash o attivare depistaggi con opportune coperture offshore. Spesso lavorano per più organizzazioni, anche in contrasto tra loro. E sono preziosi e richiesti. Meglio perdere un ingente quantitativo di droga che un broker sicuro. Negli ultimi anni ne sono stati arrestati una decina. Inutile dire: insospettabili, inappuntabili e inseriti nella “meglio società”.
Molte cosche hanno deciso di trattare dall'alto il traffico di droga, gestire tramite i broker le grosse importazioni e lasciare a clan più piccoli il compito dello smercio. Più conveniente, meno rischioso e tiene lontani anche da inevitabili guerre per il controllo di questa o quell'altra piazza di spaccio.
E' una camorra 2.0, dalla faccia quasi pulita, che ha invaso con fiumi di denaro l'economia sana strangolata dalla crisi di questi anni. Che rende sempre più difficile distinguere gli affari leciti da quelli originati dal crimine. E che crea ulteriori presupposti alla desertificazione del sud e alla difficoltà di perseguire qualsiasi ipotesi di sviluppo. In Campania, certo. Ma non solo. Anche al Nord, è bene saperlo, il contagio è in fase avanzata.