Avellino

La storia dello sport irpino è piena zeppa di squadre, nel calcio e nel basket, che nei momenti di maggiore difficoltà, di ogni genere, sono diventate un tutt'uno con la città riscattando problematicità societarie e sociali attraverso vittorie alla stregua di imprese; tagliando traguardi oltre ogni più ottimistico pronostico. Loro hanno gustato il sapore, particolare, unico, dell'avercela fatta nonostante tutto. Oltre ogni tipo di zavorra da trascinarsi, giocoforza, dietro, come la classica palla di ferro legata ai piedi dei detenuti nei vecchi film sulle carceri di massima sicurezza.

Dalle salvezze dell'U.S. Avellino lottando su ogni pallone contro le grandi del calcio italiano ed ogni avversità - massima espressione il sisma del 23 novembre 1980 combinato a una penalizzazione in classifica che avrebbe tagliato le gambe a chiunque - passando alla promozione in Serie A1 della Scandone plasmata da Menotti Sanfilippo e alle successive salvezze, che sembravano impossibili per le ristrettezze economiche, ma che diventavano, puntualmente, realtà come per magia. Come quella notte del 10 febbraio 2018 in cui la Coppa Italia fu alzata da un roster di provincia sotto gli occhi e nella casa della leggendaria Virtus Bologna.

La parola chiave è empatia. Per definizione: capacità di comprendere a pieno lo stato d'animo altrui, sia che si tratti di gioia, sia di dolore. In questo caso sportivo. Misto a preoccupazione. Dopo il tracollo di Trieste, i cestisti della Sidigas Avellino non solo si sono guardati in faccia per dirsi che così non si poteva continuare, come ammesso da uno degli uomini simbolo della riscossa, ovvero Ariel Filloy, ma hanno evidentemente compreso, “sentito”, quanto la gente irpina fosse in apprensione per le sorti della propria amata canotta, travolta da un'inattesa crisi finanziaria.

A quel punto, due le strade: la prima, tirare i remi in barca e anteporre i propri e pur legittimi interessi alla difesa della maglia; la seconda, iniziare a remare ancora più forte; nella stessa direzione, per essere in pace con la propria coscienza e degni dell'amore a loro sempre dimostrato dalla gente. Incolpevole per quanto stava e sta accadendo. Impossibile da scaricare come se nulla fosse. E così, persi per infortunio N'Diaye e Costello; salutato Cole, D'Ercole e compagni si sono lasciati travolgere da una commovente voglia di non essere un problema nel problema. Ludwigsburg, Sassari, Torino, poi l'apoteosi contro Milano. Battute. Una dopo l'altra. Eccolo lo spirito irpino: battagliero, fiero, orgolioso. Compreso e trasferito sul parquet; diventato, per le avversarie, un campo minato. Niente più passeggiate contro Avellino.

E a proposito del capitano dei questa squadra, citato poc'anzi: "Lollo" D'Ercole ha rappresentato semplicemente la personificazione della capacità di sacrificarsi per un obiettivo comune. Un esempio per la squadra. Un esempio per tutti. Umiltà e professionalità. Contro l'Olimpia anche per lui c'era un bivio: arrendersi ai forti dolori alla schiena che accusava o forzare pur di essere della partita. La strada più difficile è stata ancora una volta quella più gratificante: infiltrazioni, pur di poter aiutare i compagni e nella mischia. A costo, come accaduto, di dover ricorrere a terapie perché letteralmente bloccato al termine della contesta.

E poi, che dire di coach Nenad Vucinic: da chiacchierato dimissionario, a presto bollato come inadeguato, a lucido condottiero; pacato ed umile intermediario tra società, squadra e il pubblico. Al quale non ha mai nascosto nulla. Parlando chiaro, a costo di fare male. Mentre anche lui stava male. Bersagliato dalle critiche, avrebbe potuto salutare tutti e partire alla volta del Libano: non lo ha fatto. Perché, in fondo, si è professionisti non solo per i soldi, ma anche per il gusto delle sfide: più sono difficili sono da vincere, più diventano affascinanti.

Al suo fianco, Nicola Alberani, che domenica sera ha incontrato l'amministratore delegato De Cesare per porgli una richiesta precisa, che, se soddisfatta, sia in grado di non rendere vano il miracolo sportivo realizzato dai suoi ragazzi. Anzi, iniziamo a chiamarli uomini. Il direttore sportivo ha sollecitato di pagare i lodi, per un totale di circa 200 mila euro, in modo da sbloccare il mercato e inserire un elemento nel reparto esterni e non “spremere” oltremodo i generosissimi Sykes, Filloy e Nichols agli straordinari. Il nome in cima alla lista dei desideri è quello di Carlos Delfino, in rotta di collisione con la dirigenza di Torino.

Si vedrà. La Scandone, il suo spogliatoio, vanno, nel contempo, avanti. Con la testa alta, altissima, ed un gesto che sta facendo parlare tutta l'Italia. Dal valore magari simbolico, ma da sottolineare proprio per questo. Perché i valori non hanno valore. A farlo sono stati due cestisti a “stelle e strisce”, quelli che in genere vengono descritti per il motto “no money, no play”. Loro, invece, hanno chiesto di andare a vivere insieme per fare la propria parte. Semplicemente per far risparmiare il costo di un affitto alla società. I protagonisti? Sykes e Young, proprio quello del “caso” sarà discusso domani, a Bologna, in Legabasket, da De Cesare in prima persona. Che bello vedere uno sport che diventa umano. Che non è solo IBAN e conti in banca da gonfiare fino a farli esplodere. 

E allora, la domanda sorge spontanea: se dopo la tempesta, arrivasse la quiete, gli atleti, gli uomini di questo gruppo, che non sembrano intenzionati a ricorrere agli svincoli nemmeno se dovesse essere superato il sessantesimo giorno di mancati pagamenti degli stipendi, anche se ne avrebbe, di fatto, in quel caso, il diritto, dove potrebbe arrivare? Di certo non si sono solo già qualificati alle Final Eight. Hanno già vinto qualcosa che vale più di uno scudetto. Non è retorica e si chiama rispetto.