Da piazza d'Armi a contrada Zoccolari; dalla Serie C alla Serie B, conquistata per la prima volta al termine di un epico duello sportivo con il Lecce, nella stagione 1972/1973. Ed ancora dalla B alla Serie A, nell'estate del 1978 con il primo vero restyling dell'impianto sportivo che è teatro della gare dei lupi d'Irpinia. Il “Partenio-Lombardi”, semplicemente “Partenio”, quando nel 1970 fu costruito da Costantino Rozzi, potrebbe apprestarsi a vivere una nuova tappa della propria storia qualora si concretizzasse la chiacchierata vendita da parte del Comune di Avellino. E la mente, va, inevitabilmente anche al passato. Inizialmente c'erano solo la Curva Nord e la Tribuna Montevergine, ma lo stadio diventò più grande e più capiente grazie ai successi dell'Avellino.
“Nel 1978 con l'aggiunta della tribuna Terminio e Curva Sud portammo la capienza a 40mila posti. La Regione aveva stanziato circa 2 miliardi delle vecchie lire per i lavori, poi, con la promozione in massima Serie, con Nicola Mancino corremmo a Napoli e ci sedemmo a un tavolo con l'assessore regionale allo sport De Rosa. Dopo quella chiacchierata il contributo per dare una nuova forma alla struttura sportiva salì, nel giro di 24 ore, a 50 miliardi. Ricordo ancora che c'erano controlli serrati sui lavori: sia per accertarsi della qualità degli stessi, sia perché fossero conclusi in tempi celeri perché tutti non vedevano l'ora di godersi grandi sfide a due passi da casa” ci ha raccontato, raggiunto telefonicamente, l'ex sindaco di Avellino Massimo Preziosi, a Palazzo di Città dal 1975 al 1980, succedendo ad Antonio Aurigemma.
Erano, però, altri tempi. Non solo più floridi sotto il punto di vista economico, ma probabilmente più fluidi dal punto di vista burocratico. E ora c'è l'euro: 50 miliardi dell'epoca potrebbero essere paragonati a 30 milioni di oggi. Ma il condizionale resta d'obbligo perché è complesso stimare l'effettivo valore che il “Partenio-Lombardi”, ma anche del suolo su cui sorge nell'area che va dal “campo B” al parcheggio antistante la Tribuna Montevergine. Nel calderone delle considerazioni vanno, poi, messi in conto anche i segni del tempo sullo stadio e nell'area sopra indicata che concorrono a definirne l'effettivo valore. Il termine di paragone può essere, perciò, essere parzialmente rappresentato - perché ogni caso ha delle proprie specificità - dalle cifre investite – di cui vi abbiamo riferito in un altro articolo - per l'acquisizione e la ristrutturazione di alti tre stadi di proprietà ricostruiti sulle proprie “ceneri”, ovvero il “Mapei Stadium” di Reggio Emilia, la “Dacia Arena” di Udine e “l'Atleti Azzurri d'Italia” di Bergamo. Si vedrà. Anche perché la politica, ora come allora, potrebbe giocare un ruolo decisivo: non è da escludere che il nuovo consiglio comunale, che si insedierà in primavera, possa optare anche per non mettere in vendita lo stadio. In tal caso, ogni tipo di ragionamento, sarebbe inutile a monte.