Avellino

Un giro al corso di domenica, giorno avellinese dedicato allo struscio, e la marcia di alcuni volontari impegnati nella lotta al tumore, per capire quanto ancora ci manca per essere un capoluogo funzionante e funzionale. Se non quello teorizzato da di Nunno, l’utopica città giardino, almeno una città degna di questo nome. Oggi, mentre il corteo rosa viaggiava lungo Corso Vittorio Emanuele, non si poteva restare indifferenti di fronte alla passione dei volontari, ma soprattutto di chi si lasciava coinvolgere, partecipando all’iniziativa. Come spesso capita, quando da queste parti si esce fuori dalla routine consolidata, i cittadini rispondono presente. Poi, ci si guarda intorno, magari superando la Chiesa del Rosario, procedendo verso il centro storico. Ecco apparire Avellino per quella che è: un organismo in divenire, sospeso fra le promesse di un potenziale tangibile ma mai accuratamente sfruttato e le problematiche che popolano il nostro quotidiano: cantieri, beghe amministrative, rifiuti, vandalismo. Uno stato di cose che evidenzia ulteriormente la linea di separazione che esiste fra chi si spende per la città e le difficoltà con le quali si deve fare i conti ogni giorno.

Abbiamo raccontato il degrado: ultimo gli animali morti e le feci trovate in centro città. Episodi di estrema volgarità o sconceria riflesso di un malessere profondo. Senza giustificare gli autori di simili fatti, immaginiamo di essere giovani avellinesi in procinto di affrontare il futuro e ci guardiamo intorno. Assenza di spazi aggregativi utilizzabili, sia in centro che in periferia. Gli edifici presenti, le tanto discusse scatole vuote, vengono assegnati con metodi opinabili o consegnate all’eterno limbo del si farà. Mercatone, Eliseo, Parco Palatucci, ogni scuola e edificio pubblico abbandonato nelle periferie e nuove periferie ( vedi centro storico). Possibili centri di opportunità, catapulte di rilancio, vittime di incuria, degrado,criminalità. Da tempo si chiedono delucidazioni in merito, senza ricevere risposte.

Le uniche spinte propositive vengono dal basso, dalle associazioni e privati, che troppo spesso trovano nella politica cittadina una zavorra che tarpa loro le ali poco prima di spiccare il volo. Ve ne abbiamo parlato appena qualche giorno fa: 10.000 ragazzi, autori di un evento autofinanziato per sponsorizzare una sala musica che facesse da polo aggregativo a costi minimi, costretti a piegarsi alle lamentele da lavandaia di tre residenti, fra i quali, pare ci fosse anche un impiegato comunale. Gli stessi ragazzi che per evitare episodi simili in futuro, sono stati costretti a farsi carico della nebulosità burocratica e amministrativa, formulando la richiesta di un regolamento per regimentare l’attività di un organo, la commissione spettacolo, ancora appeso al principio di discrezionalità (Si decide caso per caso, spesso influenzati dalla pancia, dall’amico, perché no, dalle condizioni atmosferiche). Discrezionalità comune purtroppo a tanti, troppi aspetti, del nostro vivere cittadino.

Discrezionalità alla quale si somma una mancanza di confronto. Se si torna a Via Nappi, e si ha la pazienza di parlare con qualche titolare delle attività commerciali sopravvissute, vi risponderanno che da queste parti la faccia del Sindaco non sanno nemmeno come sia fatta. E non potrebbe essere altrimenti. Basta dare un’occhiata alla gestione cantieri per capire di cosa stiamo parlando. Nessun politico, assessore, o figura istituzionale, che conosca e si interfacci con le esigenze reali la città, avrebbe potuto avallare un piano cantieri così miope. Aprire tutti questi lavori in contemporanea ha causato un cortocircuito delle principali arterie cittadine, mandando in tilt la viabilità, per la felicità dei vigilini, che mai sono stati così al centro dell’attenzione collettiva. In questo caos degenerante, quelli che hanno ricevuto il colpo più duro sono proprio i commercianti. Né sono state loro concesse agevolazioni fiscali per la situazione intercorsa, né hanno potuto confrontarsi con le amministrazioni per concertare un piano comune che facesse fronte alle esigenze di tutti. La risposta è stata più o meno, “dovevate pensarci prima, adesso stringete la cinghia e aspettate”.  

Così, un fossato sempre più ampio separa Piazza del popolo e gli abitanti di questa città, un fossato che diventa baratro quando ci riferiamo ai più giovani. Ragazzi che in questa politica segnata da tante prime donne di carta non si riconoscono. Sono loro, con le loro idee, le loro iniziative, le loro speranze e le azioni concrete. il futuro di questa città. Il giardino al quale si rifaceva di Nunno. Ma da soli, non potranno certo sbocciare.

Andrea Fantucchio