Il nuovo anno si è aperto con un inatteso sospiro di sollievo per la pasta italiana. Proprio nelle prime ore del 2026, dagli Stati Uniti è arrivata la comunicazione che ridimensiona in modo netto i dazi antidumping minacciati contro tredici aziende tricolori. Dal temuto 91,74 per cento annunciato lo scorso ottobre, al termine della fase preliminare dell’indagine, il Dipartimento del Commercio americano ha rivisto le tariffe portandole al 2,26 per cento per La Molisana, al 13,98 per cento per Garofalo e al 9,09 per cento per gli altri undici produttori coinvolti, tra cui Barilla. Fino a poche ore prima, lo spettro di dazi così elevati aveva fatto temere l’esclusione di larga parte della pasta italiana dal mercato statunitense. La revisione, che si aggiunge al dazio “base” del 15 per cento applicato dagli Usa a tutte le importazioni dall’Europa, cambia completamente il quadro. Una misura che, almeno sulla carta, non rientra direttamente nella politica commerciale del presidente Donald Trump, ma nasce da una procedura ordinaria antidumping, attivata per presunta vendita sottocosto.

Il peso della trattativa politica

Dietro la rideterminazione delle tariffe c’è un intenso lavoro diplomatico. L’annuncio è arrivato dalla Farnesina, che insieme al Ministero dell’Agricoltura ha seguito il dossier passo dopo passo. «La rideterminazione dei dazi è segno del riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle aziende da parte delle autorità statunitensi», ha fatto sapere il Ministero degli Esteri, sottolineando come le imprese italiane abbiano sempre sostenuto di aver cooperato pienamente con l’indagine. La notizia è stata accolta con favore dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, ma anche da Coldiretti e dall’associazione Filiera Italia, che rappresenta molte delle aziende coinvolte. Nel 2024 l’Italia ha esportato negli Stati Uniti pasta per un valore di 671 milioni di euro, una delle voci più rilevanti dell’export agroalimentare nazionale, con ricadute significative su occupazione e filiera produttiva.

L’incognita del verdetto finale

Nonostante il clima di ottimismo, resta un elemento di cautela. La revisione delle tariffe rappresenta ancora una fase preliminare dell’indagine antidumping. Il verdetto finale, inizialmente previsto per il primo gennaio, è stato rinviato all’11 marzo a causa del lungo shutdown dell’amministrazione americana. Il cambio di orientamento, però, lascia ipotizzare che anche la decisione definitiva possa muoversi nella stessa direzione. Nelle stesse ore Washington ha annunciato anche il rinvio di un anno dell’ulteriore aumento dei dazi orizzontali su mobili imbottiti e arredi per cucina e bagno. Dopo una prima tariffa del 25 per cento introdotta a settembre per proteggere la produzione interna, un ulteriore balzello tra il 30 e il 50 per cento scatterà solo nel 2027. Un nuovo segnale di ripensamento in una fase di tensioni commerciali che, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, rischiano di pesare sempre più sui prezzi pagati dai consumatori americani.