Eboli

È un'amara riflessione quella fatta da Vincenzo Maio, segretario generale Fillea CGIL Campania, che ad una settimana dal tragico investimento avvenuto ad Eboli e che è costato la vita ad un 20enne di nazionalità marocchina, ha posto l'accento sul dramma vissuto da tanti stranieri che, quasi sempre per motivi di lavoro, percorrono la strada statale 18.

 «A distanza di una settimana dal tragico evento, le pagine dei giornali e le notizie news delle emittenti locali e regionali, si arricchiscono di dettagli “inutili”. Si conosce il nome del magistrato che segue il caso, del carabiniere, e ogni dettaglio del suo curriculum, il reparto da cui dipende, il comandante, i colleghi, il nome dei vigili urbani intervenuti per prima, si descrivono persino i secondi che hanno caratterizzato il loro intervento, la loro passione e l’abnegazione che profondono nel loro lavoro. Si descrive la pericolosità della strada e il fenomeno diffuso e ricorrente di questi “ciclisti” che ogni notte, ogni giorno, con qualsiasi condizione di tempo e strada, hanno l’ardire di sfidare il traffico della congestionatissima SS 18 Tirrena Inferiore che da Napoli, passando per Salerno e snodandosi lungo la piana del Sele scende giù fino a Sapri, fino a Reggio di Calabria», scrive Maio nella sua profonda riflessione. 

«Un “ciclista”, così lo hanno definito. Età e nazionalità(?) sono le uniche notizie che si riescono ad accertare. 20 anni del Marocco. Nessuno che parli di un operaio, di un uomo, di un essere umano, impiegato nei campi, nelle serre, nei cantieri edili della piana del Sele. Quelli che con la loro vita, con il loro sacrificio alimentano quel mercato del lavoro, nero o grigio che sia, per fare crescere il PIL del territorio, della regione, del paese. 

Nessuna foto, nessun nome, nessun dettaglio di una vita offerta per le nostre agiatezze. 

Per me, che da qualche anno frequento quella piana e che per motivi di lavoro la percorro anche a ore “strane”, mi è apparso sin dal primo istante dei rischi e di quanto disumano è diventato l’essere umano.

L’hanno definito “ciclista”. È vero, te li trovi davanti a ogni ora, a bordo della loro bicicletta, quasi sempre elettrica, tranne per i meno fortunati. All’alba come al tramonto, all’aurora come nell’imbrunire, quando la visibilità si fa scarsa, quando il sole ti abbaglia nel suo sorgere o nel suo tramontare e sulla strada i dettagli svaniscono nei primi o negli ultimi luccichii dei fari. 

Sono gli “invisibili” per tutti noi, ma sono anche quelli che ingrassano le filiere del caporalato, quelli che muovono l’economia di un territorio e che arricchiscono imprenditori sfacciati e privi di scrupoli, i procacciatori di braccia.

Vivono in abitazioni fatiscenti, in località spesso fuori dalla civiltà urbana. Si relazione quasi esclusivamente tra connazionali. I più fortunati li trovi nei magazzini dei supermercati, alla pompa di benzina. Ma quelli nei campi e nei cantieri edili sono “carne da macello”, manovalanza a basso costo.

La globalizzazione avrebbe dovuto liberare i lavoratori dal ricatto del lavoro e del salario: è avvenuto l’esatto contrario. Sfruttamento, ricattabilità, assenza di formazione e professionalità, lavoro povero, precario e insicuro.

Non è continuando a voltarci dall’altra parte che miglioreremo le condizioni di vita dei lavoratori, nè costruiremo mai una società più giusta e equa, perché il mondo gira e domani potrebbe toccare ad ognuno di noi», conclude Maio.