La guerra in Iran e il protrarsi della crisi in Medio Oriente stanno peggiorando rapidamente il quadro economico internazionale. A lanciare l’allarme è il Centro Studi di Confindustria, secondo cui il permanere delle tensioni nello Stretto di Hormuz rischia di colpire direttamente consumi, servizi e credito anche in Italia.

Nel Focus contenuto nella Congiuntura Flash diffusa il 20 maggio, Confindustria evidenzia come il prezzo del petrolio Brent sia rimasto stabilmente sopra i 100 dollari al barile, attestandosi a maggio intorno ai 105 dollari. La mancata riapertura dello Stretto di Hormuz continua infatti a limitare il traffico navale, mantenendo elevata la pressione sui mercati energetici.

Inflazione in crescita e fiducia in calo

Gli effetti si stanno già riflettendo sull’economia italiana. Ad aprile l’inflazione è salita al 2,7%, contro l’1,5% registrato a febbraio, mentre i prezzi energetici segnano un aumento del 9,2% su base annua. Anche in Europa e negli Stati Uniti il rialzo dei prezzi appare più marcato.

Secondo il Centro Studi, il rischio principale è ora un rallentamento simultaneo di consumi e servizi. La fiducia delle famiglie continua infatti a diminuire, mentre le imprese iniziano a ridurre le richieste di credito per finanziare nuovi investimenti. Uno scenario che potrebbe aggravarsi ulteriormente nel caso di un prolungamento della guerra.

Il settore turistico viene considerato particolarmente esposto. Confindustria avverte che il protrarsi del conflitto potrebbe frenare la spesa degli stranieri in Italia, mettendo sotto pressione l’intero comparto dei servizi.

Pnrr unico argine alla frenata

In questo contesto, il Piano nazionale di ripresa e resilienza resta il principale sostegno alla crescita economica italiana. Confindustria sottolinea che gli investimenti legati al Pnrr stanno ancora sostenendo produzione industriale e occupazione, ma il 2026 rappresenta la fase più delicata dell’intero programma.

Secondo i dati riportati dal Focus, sono stati attivati interventi per 191 miliardi di euro, pari al 98% della dotazione complessiva del Piano, mentre gli impegni finanziari raggiungono i 174,5 miliardi. La spesa effettivamente sostenuta è arrivata a 113,5 miliardi, circa il 58% del totale.

Al 29 aprile risultano raggiunti 416 traguardi e obiettivi su 575, oltre il 72% del totale, una percentuale superiore alla media europea. Tuttavia, circa il 70% delle risorse impegnate riguarda ancora progetti non completati, soprattutto infrastrutture e interventi complessi con tempi lunghi di realizzazione.

Industria fragile, export ancora resiliente

L’industria italiana, per ora, mostra una certa tenuta grazie alla spinta degli investimenti pubblici e alla resilienza dell’export. Nei primi tre mesi del 2026 le esportazioni italiane sono cresciute del 4% rispetto all’ultimo trimestre del 2025. Il calo delle vendite verso il Medio Oriente è stato compensato dall’aumento dell’export verso Svizzera, Cina e principali Paesi europei.

Ma i segnali di rallentamento si moltiplicano. Il PMI manifatturiero segnala un indebolimento della domanda e un peggioramento delle aspettative produttive legato proprio alla crisi geopolitica. Anche nell’Eurozona l’industria resta debole, mentre negli Stati Uniti si osserva una frenata del mercato del lavoro. Solo la Cina continua a crescere con un Pil in aumento del 5% annuo nel primo trimestre.

Confindustria avverte infine che i mercati si aspettano ora una possibile inversione di rotta della Bce, con rialzi dei tassi già a partire da giugno, fattore che potrebbe rendere ancora più difficile l’accesso al credito per famiglie e imprese.