di Paola Iandolo
I fatti iniziano con una richiesta di intervento. Una donna si rivolge alle forze dell'ordine per denunciare le condotte violente e aggressive poste in essere da parte del figlio. Comportamenti che sarebbero stati indirizzati sia verso di lei che verso l'altra figlia, la sorella dell'uomo. Immediatamente scatta il "codice rosso", la misura di tutela d'urgenza prevista per i reati di violenza domestica, e l'uomo viene denunciato per maltrattamenti in famiglia.
La linea difensiva
L'imputato sceglie una linea precisa fin dal primo momento: respinge ogni addebito, nega le violenze, dichiara la propria totale estraneità ai fatti. Nonostante questo, l'iter prosegue e si arriva al rinvio a giudizio. Il processo si gioca interamente nell'aula di tribunale, davanti al giudice monocratico, la dottoressa Michela Eligiato. È qui che avviene l'istruttoria dibattimentale. La difesa dell'uomo, è rappresentata dall'avvocato Michele Florimo. Durante l'esame dei testimoni indicati dal Pubblico Ministero, la versione iniziale comincia a mostrare delle incongruenze.
Dai fatti contestati ai dissidi patrimoniali
Dai verbali e dalle deposizioni emerge un quadro diverso da quello di una reiterazione di violenze domestiche. I comportamenti descritti non rientrano nella fattispecie dei maltrattamenti, ma si rivelano essere la conseguenza di una serie di forti e prolungati dissidi legati a motivi economici e a questioni di proprietà familiari. Contrasti di natura patrimoniale, dunque, non condotte prevaricatrici sistematiche.
Il verdetto
Stamattina è arrivata la sentenza. Il giudice ha accolto la tesi della difesa e ha pronunciato l'assoluzione piena per l'imputato con la formula "perché il fatto non sussiste". Una decisione che scagiona definitivamente l'uomo e chiude una vicenda complessa che ha segnato la vita delle persone coinvolte.