La terra si secca, l’acqua costa sempre di più e in alcune campagne irrigare significa ormai scegliere quale parte del raccolto salvare e quale abbandonare. L’estate del 2026 sta presentando un conto pesantissimo all’agricoltura italiana. Le stime di Cia-Agricoltori Italiani e Confagricoltura indicano un impatto superiore a 1,5 miliardi di euro tra perdite produttive, aumento dei costi e riduzione delle ore di lavoro possibili durante le fasi di caldo estremo.
Una cifra che non va confusa con quella, ancora più alta, elaborata da Coldiretti. Considerando insieme caldo, siccità, grandinate e incendi, l’organizzazione stima infatti che i danni climatici subiti dall’agricoltura dall’inizio dell’anno abbiano già superato i tre miliardi di euro. E il bilancio può ancora peggiorare se la mancanza di precipitazioni continuerà nelle prossime settimane.
La siccità investe più del 60% del Paese
Il problema principale resta l’acqua. Secondo una elaborazione di Coldiretti sulle mappe di Copernicus, oltre il 60 per cento del territorio nazionale è interessato da condizioni di siccità, con livelli che vanno dall’allerta lieve fino alle situazioni più gravi. La disponibilità idrica è particolarmente critica al Nord, proprio nella parte del Paese dove si concentra una quota decisiva delle colture più bisognose di irrigazione.
Nel bacino del Po la crisi ha raggiunto livelli estremi. Le riserve sono scese ai minimi e nelle zone risicole l’acqua viene distribuita a rotazione. Alcuni agricoltori hanno già dovuto rinunciare a irrigare una parte dei terreni per concentrare le risorse sulle parcelle che hanno ancora possibilità di arrivare al raccolto. L’Italia è il primo produttore europeo di riso e oltre l’80 per cento della superficie nazionale si concentra nelle province di Pavia, Vercelli e Novara.
A complicare la situazione c’è anche il cuneo salino, l’avanzata dell’acqua dell’Adriatico verso l’interno quando la portata del Po diventa insufficiente a contrastarla. Già a fine giugno l’acqua salata era risalita per circa 18 chilometri nel delta, obbligando alla chiusura di alcuni canali di irrigazione per evitare danni alle colture.
Riso, grano e frutta: raccolti in contrazione
Le prime stime di Confagricoltura indicano una contrazione attorno al 10 per cento per il riso e del 9 per cento per il grano duro. Per l’ortofrutta il calo medio previsto oscilla tra il 5 e il 10 per cento, ma in alcuni comparti e territori le perdite possono raggiungere il 20-25 per cento.
Sono percentuali nazionali che nascondono situazioni locali molto più drammatiche. Coldiretti segnala perdite fino al 70 per cento per mais e altre colture estive in alcune zone della Lombardia e del Piemonte, mentre per il riso le punte negative possono arrivare al 40 per cento. Anche la produzione di latte nelle stalle ha risentito dello stress termico, con cali indicati fino al 20 per cento nelle aree maggiormente colpite.
La mappa della crisi segue quella delle specialità italiane. In Piemonte soffrono i noccioleti, in Calabria è sotto pressione il bergamotto, mentre in Toscana la scarsità di acqua rischia di compromettere la stagione del tartufo bianco. In difficoltà ci sono inoltre vigneti, oliveti, pomodori, soia, barbabietole e foraggi.
Grandine e incendi aggravano il bilancio
Non c’è soltanto la siccità. L’estate ha alternato periodi di caldo estremo a fenomeni violenti capaci di distruggere in pochi minuti ciò che era sopravvissuto per mesi alla mancanza d’acqua.
A luglio il Nord è stato investito da una successione di grandinate eccezionali, con chicchi che in alcuni casi hanno raggiunto i dieci centimetri. Mais, pomodori, meloni, soia, barbabietole, cipolle e foraggi sono stati danneggiati insieme a serre, tetti e impianti fotovoltaici delle aziende agricole. Contemporaneamente al Sud gli incendi hanno colpito pascoli, colture, allevamenti e strutture, in particolare in Sardegna, Sicilia, Puglia e Calabria.
A inizio agosto risultavano interessati dai roghi quasi 75 mila ettari di boschi e terreni, una superficie che pochi giorni dopo era già salita verso gli 80 mila ettari secondo le elaborazioni sui dati del sistema europeo Effis.
Il paradosso dell’agroalimentare italiano
La crisi colpisce il settore proprio nel momento in cui i numeri economici ne confermano la forza. Il nuovo rapporto sull’economia agroalimentare elaborato dall’ufficio studi di BPER Banca assegna all’Italia il primo posto nell’Unione europea per valore aggiunto agricolo nel 2025.
Il nostro Paese ha prodotto il 16,9 per cento del valore aggiunto agricolo dell’intera Ue, davanti alla Spagna, al 16,5 per cento, alla Francia, al 13,7, e alla Germania, al 12,9. L’intera filiera agroalimentare italiana genera circa 89 miliardi di euro di valore aggiunto, di cui 46,6 miliardi derivano da agricoltura, silvicoltura e pesca e 42,3 miliardi dall’industria alimentare.
È anche una macchina dell’export. Nel 2025 le vendite agroalimentari italiane all’estero hanno superato per la prima volta i 72 miliardi di euro, con un aumento del 5 per cento. La Germania è rimasta il primo mercato con 11,2 miliardi, seguita dalla Francia con 7,9 miliardi e dagli Stati Uniti con circa 7,4 miliardi.
Proprio questa forza rende più delicato il problema climatico. Un calo strutturale delle rese non colpisce soltanto il reddito dei produttori, ma può ridurre i volumi disponibili per l’esportazione, aumentare la dipendenza dalle importazioni e trasferire parte dell’aumento dei costi sui prezzi al consumo.
La protezione delle Dop
Una maggiore capacità di tenuta viene attribuita ai prodotti Dop, che competono meno sul prezzo e più sulla riconoscibilità, sulla qualità e sull’origine. Il rapporto BPER sottolinea come questa caratteristica renda diverse produzioni italiane meno facilmente sostituibili sui mercati internazionali, anche quando il prezzo aumenta.
Ma neppure il marchio di qualità può proteggere un prodotto che non arriva al raccolto. È questa la nuova frontiera della vulnerabilità agricola italiana: la domanda internazionale può restare forte, mentre la capacità di produrre viene limitata dalla disponibilità di acqua e dalla frequenza crescente degli eventi estremi.
Il costo della geopolitica arriva nei campi
Alla crisi climatica si aggiunge quella dei costi. La guerra in Medio Oriente e le difficoltà di transito attraverso lo Stretto di Hormuz hanno provocato forti tensioni sui mercati energetici e dei fertilizzanti.
Secondo le elaborazioni riportate nel quadro economico del settore, il confronto con i livelli precedenti alla crisi indica aumenti nell’ordine del 44 per cento per i carburanti e del 9 per cento per i fertilizzanti. Sul solo gasolio agricolo, Coldiretti ha segnalato ad agosto un incremento vicino ai 30 centesimi al litro rispetto all’inizio di luglio e un aumento di quasi il 70 per cento dall’avvio della guerra con l’Iran.
La tensione non è soltanto italiana. Lo Stretto di Hormuz è un passaggio decisivo per le materie prime utilizzate nella produzione dei concimi: prima della guerra vi transitava circa un terzo dell’urea commercializzata a livello mondiale e quasi metà dello zolfo trasportato via mare. I flussi hanno ripreso parzialmente dopo la tregua, ma non sono ancora tornati alla normalità.
Per le aziende agricole il meccanismo è particolarmente pesante. Quando manca l’acqua bisogna irrigare di più, ma proprio l’energia necessaria a pompare e distribuire quell’acqua costa di più. Nello stesso momento aumentano fertilizzanti e altre materie prime, mentre i prezzi riconosciuti agli agricoltori non necessariamente seguono la stessa traiettoria.
La redditività si assottiglia
È questa forbice a preoccupare Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura. Le aziende si trovano ad affrontare costi in crescita mentre i prezzi agricoli registrano una dinamica opposta. Le analisi diffuse dall’organizzazione durante l’estate indicano incrementi dei costi attorno al 4,5 per cento e un forte arretramento dei prezzi di vendita, con una riduzione stimata del reddito agricolo nell’ordine del 12-13 per cento in alcune valutazioni.
Il rischio non è soltanto perdere un raccolto. Per aziende già indebolite da stagioni climaticamente difficili, ripetere perdite di questa dimensione può rendere antieconomico continuare a produrre determinate colture.
Da qui le richieste delle organizzazioni agricole. Cia, guidata da Cristiano Fini, indica come priorità infrastrutture idriche più resilienti, irrigazione di precisione, ricerca varietale e sistemi assicurativi capaci di coprire meglio il rischio climatico. Coldiretti insiste soprattutto sulla costruzione di nuovi invasi e sul recupero di quelli esistenti. Oggi, secondo l’organizzazione, l’Italia riesce a trattenere appena l’11 per cento dell’acqua piovana.
Il caldo presenta il conto a tutta l’Europa
Il problema supera largamente i confini dei campi italiani. Una stima pubblicata da Triodos Bank calcola che il caldo estremo e la siccità dell’estate 2026 possano sottrarre circa un punto percentuale al Pil dell’Unione europea, equivalenti a circa 180 miliardi di euro. Il principale canale di trasmissione sarebbe la perdita di produttività del lavoro, soprattutto nei settori esposti alle alte temperature.
L’agricoltura è soltanto la parte più immediatamente visibile. La siccità riduce anche la navigabilità dei grandi fiumi europei, mette sotto pressione la produzione energetica e aumenta i costi della logistica. Nell’estate 2026 il Reno e il Danubio hanno già subito limitazioni alla navigazione, mentre diversi impianti energetici hanno ridotto l’attività per la scarsità di acqua disponibile per il raffreddamento.
Per l’Italia la sfida è particolarmente delicata perché una delle filiere più competitive del Paese dipende ancora in larga parte da un sistema idrico costruito per un clima diverso da quello attuale.
L’emergenza del 2026 può essere affrontata con irrigazioni straordinarie, ristori e stati di calamità. Ma i numeri dicono che il problema non è più eccezionale. Negli ultimi quattro anni gli eventi climatici estremi hanno provocato, secondo Coldiretti, circa 20 miliardi di euro di danni all’agricoltura italiana.
Il punto, quindi, non è soltanto salvare il raccolto di questa estate. È decidere quanta acqua l’Italia sarà capace di conservare, come distribuirla e quali colture riusciranno ancora a resistere nelle campagne dei prossimi decenni.