Trasferirsi dall’estero in Sicilia, comprare o ristrutturare una casa e ottenere indietro fino alla metà dell’Irpef pagata. Nei piccoli Comuni il rimborso potrà arrivare al 60 per cento. La scommessa della Regione Siciliana per attirare nuovi abitanti entra adesso nella fase operativa: dopo la norma inserita nella legge di Stabilità e il decreto dell’assessore all’Economia, il 12 agosto sono state pubblicate le disposizioni che stabiliscono tempi e modalità per chiedere il contributo.
Il bersaglio è ampio. Ci sono gli emigrati siciliani che vogliono tornare, i professionisti che lavorano a distanza, gli imprenditori, i cosiddetti nomadi digitali, gli stranieri che decidono di stabilirsi nell’Isola e anche i pensionati. Ma non basta spostare formalmente la residenza. Per accedere alla misura bisogna arrivare dall’estero, trasferire in Sicilia anche il domicilio fiscale e mettere radici attraverso un investimento immobiliare.
Non è uno sconto sulle tasse
Il meccanismo è più complesso di uno slogan sull’«Irpef dimezzata». La Regione non modifica le aliquote dell’imposta statale e il contribuente dovrà prima versare regolarmente quanto dovuto. Solo successivamente potrà ottenere un contributo parametrato all’Irpef effettivamente pagata e di spettanza regionale. È dunque un rimborso, o payback, e non una riduzione applicata direttamente nella dichiarazione dei redditi.
C’è poi una precisazione importante rispetto ad alcune prime ricostruzioni della misura. I 100 mila euro non costituiscono un limite di reddito per entrare nel programma. Le disposizioni attuative indicano invece un tetto massimo al contributo: il rimborso può essere riconosciuto fino a 100 mila euro all’anno e per tre annualità.
Nella forma ordinaria la Regione restituisce il 50 per cento dell’imposta presa come riferimento. La percentuale può salire al 60 per cento quando il beneficiario compra l’immobile, o realizza gli interventi previsti, e trasferisce il domicilio fiscale in un Comune siciliano con meno di cinquemila abitanti. È qui che l’incentivo fiscale si salda in modo più evidente con l’altra emergenza che Palermo vuole affrontare: lo spopolamento dei piccoli centri.
Chi può chiedere il rimborso
La finestra riguarda le persone fisiche che trasferiscono la residenza dall’estero in Italia e stabiliscono il proprio domicilio fiscale in Sicilia tra il primo gennaio 2026 e il 31 dicembre 2028. Non si tratta quindi di un bonus destinato a chi si limita a spostarsi da Milano, Roma o da un’altra regione italiana: il presupposto è il trasferimento dall’estero.
Il nuovo residente deve inoltre avere redditi soggetti a Irpef. La platea comprende lavoro dipendente e autonomo, attività d’impresa e pensioni, secondo le condizioni previste dal provvedimento. A questo requisito si aggiunge quello immobiliare: entro dodici mesi dal trasferimento occorre acquistare in Sicilia un immobile abitabile oppure effettuare su una proprietà già posseduta interventi di recupero, restauro, risanamento conservativo o ristrutturazione. La semplice manutenzione ordinaria non basta.
Non è previsto, dunque, un premio per una residenza di comodo. La residenza siciliana dovrà essere mantenuta almeno fino al 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui è avvenuto il trasferimento. Il vincolo serve a collegare il beneficio a una permanenza effettiva nell’Isola.
I primi soldi arriveranno nel 2027
Anche i tempi chiariscono perché non si tratta di un taglio immediato delle tasse. Chi ha trasferito la residenza nel corso del 2026 dovrà prima presentare la dichiarazione relativa ai redditi di quest’anno. Le prime istanze potranno essere inoltrate dal primo settembre al 31 dicembre 2027. Solo a quel punto la Regione potrà conoscere l’imposta effettivamente dovuta e versata e calcolare il contributo.
La sequenza sarà quindi pagamento dell’Irpef, dichiarazione dei redditi e domanda di rimborso. Un meccanismo scelto anche per aggirare un limite istituzionale evidente: una Regione, seppure dotata come la Sicilia di autonomia speciale, non può semplicemente dimezzare a proprio piacimento un’imposta nazionale. Palazzo d’Orléans interviene perciò a valle, restituendo una parte di quanto incassato.
Schifani punta sugli emigrati di ritorno
Per il presidente della Regione Renato Schifani l’obiettivo non è soltanto attirare stranieri benestanti. La misura è stata pensata anche per convincere una parte dei siciliani emigrati a tornare, soprattutto giovani e professionisti che negli ultimi anni hanno costruito la propria carriera fuori dall’Italia.
L’assessore all’Economia Alessandro Dagnino definisce il modello un’iniziativa oggi unica in Italia e la inserisce nelle politiche regionali per attrarre capitale umano. La tesi economica del governo siciliano è che l’operazione possa sostenersi da sola: i nuovi contribuenti produrrebbero un gettito che oggi semplicemente non esiste e il rimborso di una parte dell’imposta sarebbe compensato dalle nuove entrate, oltre che dagli effetti su consumi, immobili e attività economiche.
È una scommessa, più che una certezza. Il risultato dipenderà dal numero e dal profilo dei nuovi residenti, dal reddito prodotto nell’Isola e dalla loro permanenza una volta terminati i tre anni di agevolazione.
La battaglia contro lo spopolamento
Dietro lo sconto fiscale c’è il problema strutturale che accomuna gran parte del Mezzogiorno: la perdita di popolazione giovane e qualificata. Gli ultimi dati Istat confermano che il saldo migratorio degli italiani verso l’estero resta negativo a livello nazionale, pur essendosi ridotto nel 2025, mentre il Mezzogiorno continua a soffrire maggiormente la combinazione tra bassa natalità, invecchiamento e migrazioni interne.
Per la Sicilia l’obiettivo è quindi duplice. Portare nuovi contribuenti nelle città, ma soprattutto ricostruire una base demografica nei territori interni che perdono abitanti. Non è casuale che il bonus aumenti dal 50 al 60 per cento proprio sotto la soglia dei cinquemila residenti.
In molti di questi centri esiste anche un patrimonio immobiliare inutilizzato o sottoutilizzato. La condizione dell’acquisto o della ristrutturazione vuole far sì che il nuovo residente non porti soltanto la propria dichiarazione fiscale, ma mobiliti investimenti e recuperi abitazioni che altrimenti rischierebbero di restare vuote.
Il precedente del Portogallo
L’idea siciliana guarda alle politiche con cui diversi Paesi europei hanno provato ad attirare contribuenti dall’estero, ma i modelli non sono perfettamente sovrapponibili. Il caso più noto è quello del Portogallo, che dal 2009 ha utilizzato il regime dei residenti non abituali, concedendo per anni condizioni fiscali particolarmente favorevoli a pensionati e professionisti provenienti dall’estero.
L’esperimento ha attirato oltre centomila beneficiari, ma ha anche accompagnato una fase di fortissima pressione sul mercato immobiliare, soprattutto nelle città e nelle aree turistiche. Il vecchio regime è stato progressivamente chiuso ai nuovi ingressi e sostituito da un incentivo molto più selettivo, orientato in particolare a ricerca, innovazione e professionisti altamente qualificati. L’Ocse, nel rapporto sul Portogallo del 2026, ricorda sia il peso del programma nell’attrarre residenti sia il problema crescente dell’accessibilità della casa.
È proprio questo uno dei rischi che accompagneranno l’esperimento siciliano se dovesse avere successo su larga scala. Un afflusso di contribuenti con capacità di spesa molto superiore a quella locale può generare investimenti e recuperare immobili abbandonati, ma nei mercati più richiesti può anche far crescere prezzi e affitti.
Il nodo della casa
La distinzione sarà probabilmente geografica. Nei piccoli Comuni che perdono popolazione, l’arrivo di nuovi residenti può riaprire abitazioni, sostenere negozi e servizi e rendere nuovamente conveniente investire. A Palermo, Catania, Taormina, nelle isole minori o nelle località turistiche più richieste, invece, la stessa domanda aggiuntiva potrebbe produrre effetti diversi sul mercato immobiliare.
Per questo l’incentivo fiscale sarà anche un test sulla capacità della Regione di indirizzare i nuovi investimenti verso i territori che ne hanno maggiore bisogno. Il 60 per cento riservato ai centri sotto i cinquemila abitanti è il primo strumento scelto per spostare l’interesse dalle destinazioni già forti ai paesi a rischio spopolamento.
La Sicilia prova così a trasformare una debolezza storica, l’emigrazione, in una politica di ritorno. Non promette semplicemente tasse più basse: offre di restituirne una parte a chi arriva dall’estero, compra o recupera una casa e decide di restare.
Ora comincia la parte più difficile. Capire quanti considereranno il vantaggio fiscale sufficiente per trasferire davvero in Sicilia non soltanto il domicilio sulla carta, ma lavoro, investimenti e vita quotidiana.